Antonio De Lisa- Lo sguardo sul Sé

Antonio De Lisa- Lo sguardo sul Sé

Lo sfrenato amore di sé degli occidentali e l’incertezza dei rapporti sociali

          Parlare di affetti e passioni non è una cosa semplice. Ci aiuteremo con delle immagini, una potrebbe essere quella di Caravaggio, “Ragazzo morso da un ramarro”, 1595-96. Caravaggio, vissuto in un’era propensa all’analisi degli affetti, riusciva in pochi tratti a spiegare concetti profondi. L’espressione del giovane morso dal ramarro tradisce l’interesse del pittore barocco nei confronti proprio della rappresentazione degli “affetti”, o moti dell’animo. Il morso del ramarro allude al senso del tatto e al topos poetico del dolore nascosto nel piacere (il vaso di fiori). I fiori recisi, dalla bellezza fugace ed effimera, sono un simbolo della vanitas, la vanità delle cose terrene.  Ma Caravaggio forse può essere più utile con la raffigurazione di Narciso. Questo dovremo prendere in considerazione, Narciso, legandolo in effigie alla figura di Prometeo, come ci suggerisce l’autrice del saggio da cui siamo partiti.

          Ludwig van Beethoven intuisce la centralità di Prometeo, con il suo “Die Geschoepfe des Prometheus” (Le creature di Prometeo), scritto nel 1800-01, ci abitua a pensare a Prometeo come figura della modernità, sulla scia di Hobbes: “Come Prometeo (che, interpretato, vale uomo prudente) fu legato al monte Caucaso, luogo dall’ampia veduta, dove un’aquila si pasceva del suo fegato, divorandone di giorno tanto quanto ne ricresceva di notte, così l’uomo che, preoccupato per il futuro, guarda troppo lungi davanti a sé, ha il cuore roso, per tutto il giorno, dal timore della morte, della povertà o d’altra calamità, e non trova riposo né pausa alla sua ansietà, se non nel sonno”, (T. Hobbes, Leviatano, XII, p. 103).

          Arti, letteratura e musica hanno captato l’importanza del mito nel contesto dell’etica e della filosofia morale. A Beethoven è seguito Liszt, con “Prometheus”, Poema sinfonico No. 5 -1850-56. Ricordiamo una tragédie lyrique in tre atti di G. Fauré, che porta il titolo di “Promethée”. In epoca moderna troviamo “Prométhée -Le Poème du feu”, Op. 60(1911) d’Alexander Skrjabin, “Prometeo – Una tragedia dell’ascolto” di Luigi Nono. Per quanto riguarda la storia dell’arte si può rimandare al bellissimo libro di Dora ed Erwin Panofsky, “Il vaso di Pandora”, Einaudi, Torino 1992.

          Prometeo è Il creatore, colui che plasma il primo uomo con l’argilla; il salvatore, che ha vinto la morte con la speranza (si ricordino le parole di Eschilo nel Prometeo incatenato: “Io tolsi ai mortali la preveggenza della propria morte”); il liberatore dalla soggezione a qualsiasi autorità, così com’è stato visto tra Sette e Ottocento; il primo eroe della società della tecnica. Letteralmente Prometeo, significa, come ci ricorda anche Hobbes, “Colui che conosce prima”. Dei figli di Giapeto, Prometeo è il Preveggente e ha il contraltare nella figura di Epimeteo, il fratello stupido, che giungeva per ultimo a comprendere le cose. 

Da questa notte che ci occulta

    In realtà, come vedremo, l’”Età di Prometeo”, quella prudente del capitalismo ottocentesco, precede ed è sostanzialmente diversa da quell’attuale, che chiameremo l’”Età di Pandora”, l’età della passione smodata di sé, che si configura all’insegna della dissipazione.

          “Nel perseguire il proprio interesse, l’uomo prudente, in cui possiamo riconoscere l’incarnazione smithiana (smithiana, da Adam Smith, N.d.A.) del Prometeo, è indotto inevitabilmente, attraverso il sentimento comparativo della simpatia, a tenere conto dell’interesse degli altri, della cui cooperazione e del cui aiuto, nella società civile egli ha costantemente bisogno” (E. Pulcini, “La passione del Moderno: l’amore di sé”, cit.).

          Una versione dell’amore di sé è l’ardore marziale, di cui un esempio è Bush, abilissimo a celare dietro una facies, una maschera con elmetto il gioco geo-politico del controllo strategico delle fonti di petrolio del Medio Oriente. Quest’ardore marziale è autentico, specie dopo il crollo delle Torri gemelle, ed è insieme una maschera. Questa è l’ambiguità del moderno, che i sentimenti sono sempre doppi, ambigui, senza conciliazione. Questo è un effetto dell’amore di sé.

          Ma veniamo al tema. Se l’economia internazionale fu in linea di massima orientata fino agli anni Settanta all’applicazione delle teorie keynesiane, espressione di una prudenza prometeica, “universalmente tese a tenere conto dell’interesse degli altri”, nella fase successiva (dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso in poi) si è preferita una politica di tipo monetaristico. Il monetarismo è stato dovunque abbracciato dalla destra dello schieramento politico per abbassare i salari, rilanciare i profitti e ridurre il potere dei sindacati e dei partiti di sinistra, creando un forte divario di potenziale tra paesi ricchi e paesi poveri, tra strati emergenti e strati esclusi dal sistema produttivo.  

          “L’egoismo (amour propre) è l’amore di sé e di ogni cosa in funzione di sé; rende gli uomini idolatri di se stessi e li renderebbe tiranni degli altri se la fortuna ne desse loro i mezzi (…) Da questa notte che lo occulta nascono le ridicole convinzioni che l’uomo ha di sé; di là vengono gli errori, l’ignoranza, la grossolanità e le ingenuità che nutre sul suo conto” (F. de La Rochefoucauld, Massime (1678), Rizzoli, Milano 1978, “Massime soppresse”, I).

    I monetaristi certamente non saranno d’accordo; per loro come per il loro capostipite, B. Mandeville, le passioni sono la fonte della prosperità della società, della sua ricchezza economica, e di conseguenza della capacità di espansione e di crescita, del suo sviluppo scientifico e culturale e della sua potenza politica. In realtà la riduzione dei salari, l’indebolimento dei sindacati, la riduzione delle tasse (quando si riesce), l’allargamento delle attività collegate direttamente al profitto hanno aumentato i redditi dei ricchi e diminuito quello dei poveri. Quella “sete di guadagno”, quel “desiderio inestinguibile di migliorare la propria condizione, di cui parla Mandeville, ne “La favola delle api”, sta aumentando – in assenza di un sistema regolativo e compensatorio dei valori e della ricchezza – il differenziale tra le persone che guadagnano di più e quelle che guadagnano di meno (in Gran Bretagna del 34%, in USA del 16%). La diffusione delle informazioni attraverso radio, giornali e televisione ha reso poi più rapida la presa di coscienza dei differenziali di benessere esistenti al mondo, creando quella che è stata chiamata la “rivoluzione delle aspettative crescenti”.

L’età di Pandora o della dissipazione

          Con la creazione di Pandora Zeus volle vendicarsi di Prometeo. Gli dei donarono alla donna le doti più funeste: da Atena, Afrodite, le Ore e le Cariti ricevette una bellezza seducente. Ermes le donò la mendace astuzia e la condusse, come regalo degli dei, a Epimeteo, il fratello stolto di Prometeo. Questi, nonostante gli avvertimenti del fratello, commise l’errore di sposare Pandora. Ella aveva ricevuto dagli dei un vaso, pithos (in seguito, la tradizione parla piuttosto di una cassa o di una scatola) che era pieno di tutti i mali. E poiché non poté vincere la sua curiosità, aprì il vaso, sicché l’intero contenuto fuoriuscì e tutti i flagelli si abbatterono sull’esistenza fino allora felice degli uomini (di qui il nome di Pandora, ossia “dotata di ogni dono”). Questi mali oggi si chiamano corruzione, inautenticità, conflitti e timori reciproci; e ancora: compulsiva necessità di superare l’altro in ricchezza, merito, potenza, bellezza. L’uomo della postmodernità è dominato da una struggente “passione del fuori”, che lo spinge a vivere in funzione dello sguardo dell’altro, condannandolo all’inquietudine e all’ansiosa ricerca di false mete. “L’io narcisistico nasce come reazione ai guasti e alle illimitate pretese di un Io prometeico e strumentale (…) Dalla sua inquietudine e dalla sua rinuncia possiamo cogliere il prezioso suggerimento che i due aspetti, Prometeo e Narciso, non riescono ad integrarsi, destinati anzi ad una progressiva divaricazione che esaspera gli aspetti negativi di entrambi favorendone gli sviluppi patologici. Ed è in quest’impossibile, o fallita, integrazione che forse possiamo cogliere l’origine di quello che è stato recentemente definito il ‘disagio’ della modernità” (E. Pulcini, “la passione del Moderno: l’amore di sé, cit.). Quando il vaso fu richiuso, solo la Speranza rimase sul suo fondo, cosicché essa fu sottratta agli uomini. Versioni successive niente affatto consolatorie riportano invece che nel vaso si sarebbero trovati invece tutti i beni, i quali dopo la sua apertura sarebbero immediatamente svaniti; solo la Speranza sarebbe rimasta allora agli uomini.

Come in uno specchio riflessi

            Prometeo e Pandora si riflettono l’uno nello specchio dell’altra. Conquista e dissipazione. Prometeo stringe; è stretto da catene. Pandora libera dissipando, e dissipando è liberata dal potere delle catene. E’ un gioco privo di dimensioni dialettiche, brutale, dove la conoscenza è legata a una catena, la libertà alla perdizione. E’ questione di un unico inestricabile groviglio. L’unica parola che lega l’uno e l’altra è Elpis, la Speranza, quella che Prometeo ritiene di aver dato al mondo (“Prometeo: Io tolsi ai mortali la preveggenza della propria morte. Io: e quale rimedio trovasti a questa malattia? Prometeo: Insinuai in loro cieche speranze” nel dialogo di Eschilo), l’unico bene che resta nel vaso di Pandora dopo che sono svaniti tutti gli altri o l’unica cosa che rimane nel vaso dopo che si sono sparpagliati tutti i mali del mondo.

          La proliferazione del mito allunga lo spettro sinistro dell’amante di sé (Prometeo e Narciso insieme, Prometeo trasformato in Narciso) sulla società d’oggi, come un Genio manipolatore al contatto col “limite”, e con essa si è misurata fino all’insensatezza del girare in cerchio. La musica e le arti non potevano dirlo che in termini mitici, non argomentativi, ambigui, labirintici. E tuttavia questo racconto mitico fatto di suoni ha una storia. Essa comincia col Don Giovanni di Mozart e arriva alla Lulu di Berg. La Lulu d’Alban Berg (1885-1935) consiste in un prologo e tre atti su libretto proprio, da Erdgeist (Lo spirito della terra) e Die Buechse der Pandora (Il vaso di Pandora), 1904, di Franz Wedekind. La prima rappresentazione avvenne allo Stadtheater di Zurigo il 2 giugno 1937. Lasciata incompleta dall’autore al terzo atto, Lulu fu rappresentata nel 1979 all’Opéra di Parigi, diretta da Pierre Boulez e con la regia di Patrice Chereau, nella versione ultimata da F. Cerha.

          Lulu-Pandora è la vera risposta a Don Giovanni, vampiristico rovesciamento del tema prometeico. La malinconia di stare lontani da quello che conta, da parte di chi è affetto da eccessivo amore di sé, di non poter raggiungere la luce, né di poter affondare per sempre.

Antonio De Lisa

Didascalie Foto

  1. Caravaggio, Narciso (1597-1599 circa), Roma, Galleria nazionale d’arte antica di palazzo Barberini.

2- G. Bonasone, “Uomo” che apre il vaso fatidico. Incisione



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