Sviluppi recenti del pensiero archeologico

Sviluppi recenti del pensiero archeologico

L’archeologia si è sempre misurata con la cultura del suo tempo, di cui ha diversamente interpretato esigenze e prospettive, ma questo non ha sempre coinciso con la formulazione di un vero e proprio “pensiero archeologico”, che è stata invece conquista delle generazioni a noi più vicine (Trigger 1996) e che ha condotto ad investigare gli aspetti teorici della disciplina. In un suo famoso articolo, L.S. Klejn ha definito l’archeologia teoretica come “un insieme di problemi strettamente legati, di ordine generale, considerati normalmente come filosofici, metodologici, logici, teorici e, per una parte, storiografici” (Klejn, in Schnapp 1980). Sebbene il contributo di Klejn avesse come oggetto la New Archaeology, nata nell’ambito degli studi di preistoria, e i suoi primi sviluppi nel campo della riflessione teorica, appare chiaro come una tale formulazione riguardi anche i paradigmi interpretativi elaborati prima della nascita di quel movimento e investa settori diversi, come l’archeologia classica e quella medievale.

Poiché appare impossibile una trattazione esaustiva di un così complesso corpus di teorie desunte dalle scienze umane e sperimentali e, in anni recenti, elaborato originalmente nell’ambito della disciplina, si è scelto di offrire una panoramica generale sui temi e le personalità più rilevanti dell’archeologia teoretica e di approfondire in questa sede alcuni aspetti epistemologici più importanti, tentando di delineare le tappe fondamentali del dibattito tra gli studiosi sull’interpretazione dei dati archeologici.

Contrariamente a quanto è stato scritto in diversi contributi, nei quali tutti gli approcci interpretativi precedenti la New Archaeology (in particolar modo quello storico-culturale) sono stati bollati come “ateoretici” o “pre-” e “protoparadigmatici”, già negli anni Trenta e negli anni Quaranta si può rintracciare una ricchezza di posizioni che anticipa significativamente quella del dibattito più recente. All’idealismo convinto dell’archeologo e filosofo inglese R. Collingwood, che, riprendendo in diverse opere (The Archaeology of Roman Britain del 1930, An Autobiography del 1939 e, soprattutto, The Idea of History pubblicato postumo nel 1946) le teorie storiografiche crociane, riteneva che compito primario dell’archeologo fosse la ricostruzione dei processi mentali degli uomini antichi, unico mezzo per comprendere finalità e intenti delle loro azioni, si contrapponeva l’approccio dichiaratamente marxista di V.G. Childe, che in Social World of Knowledge e in The Sociology of Knowledge (1949) sosteneva come le “idee” dominanti nelle società antiche fossero in realtà condizionate in primo luogo dallo sviluppo delle forze produttive. Childe stesso, peraltro, in un articolo scritto sei anni prima (Archaeology as a Science) aveva espresso, in accordo con quanto sostenuto da Collingwood, l’idea (anche questa anticipatrice dei moderni dibattiti) che gli scavi archeologici dovessero essere considerati come “esperimenti” il cui scopo primario era la verifica di ipotesi ben formulate.

Dall’altro lato dell’Atlantico, il predominio della tradizione degli studi antropologici nell’ambito dell’archeologia può ben spiegare l’idea, già espressa in diversi articoli di A.V. Kidder, J.H. Steward e F.M. Setzler, che fine ultimo dell’archeologia fosse, più che la ricostruzione storica, lo studio dei processi culturali, o meglio, la formulazione di “leggi” in grado di spiegare il comportamento umano e i cambiamenti culturali.

Perfino uno dei “cavalli di battaglia” della New Archaeology, cioè la necessità di applicare all’archeologia schemi concettuali che superassero il carattere “empirico” delle scienze umane, appare già espresso in nuce in alcuni contributi di C. Kluckhohn dei primi anni Quaranta, in cui si ribadiva l’importanza di uno schema concettuale come premessa indispensabile per ogni tipo di spiegazione (o inferenza) desunta dai dati raccolti dall’archeologo. Nel 1943, infine, J.W. Bennett coniava il termine di “archeologia funzionale” per definire una disciplina in cui i dati fossero considerati, prima di tutto, come indicatori del comportamento umano. Se si eccettuano il lavoro svolto da J.G.D. Clark nella ricostruzione degli aspetti paleoambientali ed economici, basato su una concezione delle società umane come sistemi in cui ogni componente contribuisce al funzionamento dell’insieme (come esemplarmente spiegato nel suo Prehistoric Europe: The Economic Basis, del 1952), l’approccio “tecno-morfologico” applicato da A. Leroi-Gourhan (orientato verso le tematiche dell’etnografia e della tecnologia antica) e la posizione marxista ben rappresentata da Childe, la paletnologia europea appariva dominata, fino alla fine degli anni Cinquanta, da una metodologia empirica in cui i dati archeologici erano il vero nucleo della disciplina, mentre “(…) le interpretazioni costituivano mere opinioni di scarso significato” (Trigger 1998).

Negli Stati Uniti, al contrario, tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta si afferma un clima intellettuale dominato dal dibattito epistemologico delle scienze sperimentali e, in antropologia, dal neoevoluzionismo, ben esemplificato dagli incontri di studio interdisciplinari svoltisi nell’ambito di alcune fondazioni private, come la Viking Fund e la Wenner- Gren Foundation, dedicati a grandi temi, come l’ominazione, l’origine dell’agricoltura o la nascita dello stato.

Una conferenza organizzata da J. Steward, svoltasi nel 1947 con la partecipazione dei maggiori specialisti, sull’evoluzione delle grandi civiltà antiche, costituiva un’ulteriore occasione per ribadire l’importanza dell’individuazione di leggi e regolarità comuni, o meglio processi, ricostruibili in base all’analisi di differenti sequenze culturali.

In un provocatorio saggio di W.W. Taylor, allievo di Kluckhohn, A Study in Archaeology, pubblicato nel 1948, veniva proposta una normalizzazione delle procedure archeologiche, basata sull’esplicitazione dei metodi usati e sulla raccolta e lo studio dei dati effettuata utilizzando tecniche quantitative, postulando allo stesso tempo la verifica, attraverso i dati, delle ipotesi di partenza.

Ancora più chiara è la posizione espressa da G. Willey e Ph. Phillips in Method and Theory in American Archaeology (1958), dove si propone l’organizzazione della ricerca archeologica in tre livelli: l’osservazione, la descrizione e la spiegazione o interpretazione “processuale”, tendente all’individuazione di leggi socio-culturali.

Analoghe opinioni venivano espresse da J.H. Steward, G.R. Willey e A.C. Spaulding nei commenti pubblicati in appendice a un articolo di G.R. Lowther (Epistemology and Archaeological Theory, 1962), in cui si cercava di dimostrare l’inconsistenza delle proposizioni empiriche su cui si basa l’interpretazione archeologica, sottolineando allo stesso tempo l’importanza della concezione idealista nella ricostruzione storica.

La pubblicazione da parte di L. Binford, nello stesso anno, dell’articolo Archaeology as Anthropology (con trasparente allusione ad Archaeology and Anthropology di Childe, del 1946), “manifesto” della New Archaeology, o archeologia “processuale”, segna l’avvio di un’importante stagione di riflessioni teoriche. Alla tradizione ereditata dal dibattito antropologico e archeologico precedente i New Archaeologists aggiungevano due caratteristiche rilevanti: l’impiego di procedure ipotetico- deduttive, direttamente mutuate dagli studi del filosofo della scienza C.G. Hempel, e l’applicazione della “teoria dei sistemi” all’interpretazione dei sistemi socio-culturali estinti. Se a questo si aggiunge l’impiego di procedure matematico-statistiche complesse, una carica genuina di contestazione verso l’archeologia tradizionale (soprattutto verso la tradizione storico-culturale) e l’uso di un gergo spesso volutamente poco comprensibile, si può capire l’immensa fortuna che il movimento ebbe nei paesi anglosassoni e in ambito nord-europeo, soprattutto tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima degli anni Settanta.

Un’eccezione significativa va segnalata nei contributi di un gruppo di archeologi (K.C. Chang, I.B. Rouse, J.J.F. Deetz e B.G. Trigger), provenienti non a caso da Harvard e Yale, le università più conservatrici e tradizionaliste, che al nuovo approccio contrapposero la rivalutazione delle concezioni idealiste e l’adozione di un paradigma teorico-strutturalista (da notare come, negli stessi anni, anche A. Leroi-Gourhan proponesse, nell’interpretazione dell’arte parietale paleolitica, l’utilizzazione di categorie concettuali mutuate dallo strutturalismo).

Nel 1968 veniva pubblicato Analytical Archaeology, di D.L. Clarke, il primo tentativo sistematico di fornire un adeguato corpus di definizioni teoriche su cui basare la ricerca archeologica, in cui l’autore, utilizzando la struttura concettuale della teoria dei sistemi, costruiva un modello dei processi archeologici basato sul principio che le entità archeologiche, a diversi livelli, cambino come sistemi dinamici, collegati ai sistemi ambientali e socio-culturali. Nello stesso libro Clarke sottolineava l’autonomia dell’archeologia dall’antropologia, di cui rappresenta la dimensione diacronica, nel solco della tradizione europea.

Nello stesso anno appariva l’Introduzione all’archeologia, dello svedese C.A. Moberg, il primo manuale scritto in sintonia con i nuovi sviluppi dell’archeologia processuale, che offriva le basi metodologiche per un orientamento che percepiva preistoria e archeologia come un tutt’unico. Qui Moberg introduceva la distinzione tra il momento della catalogazione e della classificazione dei dati (archeografia) e quello della loro interpretazione (archeologia), sottolineandone l’appartenenza a un comune ciclo continuo della ricerca in cui frequentemente, nelle operazioni di analisi, associazione e interpretazione dei dati, si ha la necessità di tornare indietro (secondo un tipico meccanismo di feedback) al momento dell’osservazione e della descrizione.

Questa stessa distinzione (per inciso già in qualche modo intuita dallo studioso italiano A.C. Blanc, che nel suo Origine e sviluppo dei popoli cacciatori e raccoglitori [1956] definiva come “paletnografia” lo stadio della mera descrizione dei dati) venne presto fatta propria, nel campo dell’archeologia classica, da R. Ginouvès. La “perdita dell’innocenza” teoretica da parte degli archeologi, di cui parla Clarke nell’articolo Archaeology: the Loss of Innocence del 1973, si riflette nella stagione della prima metà degli anni Settanta, dominata dall’applicazione di “modelli” mutuati dalle discipline più diverse (geografia, ecologia, sociologia, cibernetica, solo per citarne alcune).

In seguito, una produzione teorica sempre più esuberante (ma non di rado di livello non eccelso) sembra incanalarsi verso tre filoni principali di interesse. Il primo consiste nel rapporto tra archeologia e filosofia della scienza, campo in cui va segnalata la proposta di M. Salmon (1982) di sostituire all’approccio ipotetico- deduttivo, in cui le “spiegazioni” dell’archeologo devono conformarsi con precisione agli assunti teorici, un tipo di approccio meno rigoroso, definito come “statistico-referenziale”, in cui le stesse spiegazioni vanno verificate in base a correlazioni statistiche significative con le ipotesi di partenza.

Il secondo è rappresentato dall’archeologia “sociale”, nell’ambito della quale vanno a loro volta distinti gli studi dedicati all’interpretazione dei modelli del popolamento e dello scambio (campi in cui si sono compiuti significativi processi grazie soprattutto ai contributi di C. Renfrew) e all’archeologia “della morte”, sui temi dell’analisi funeraria.

Il terzo è quello dell’archeologia “comportamentale” o Behavioural Archaeology, dal titolo di un libro di M. Schiffer del 1976, in cui l’autore metteva in guardia gli studiosi dall’interpretare i dati senza prima aver decodificato i meccanismi di trasformazione post-deposizionale del deposito archeologico. In base a questo tipo di osservazioni e ai risultati di alcune ricerche etnoarcheologiche, che mettevano seriamente in discussione il concetto da lui stesso definito anni prima del deposito archeologico come “fossilizzazione” del comportamento delle società estinte, Binford, in For Theory Building in Archaeology (1977), proponeva di sostituire le ambizioni teoriche della prima New Archaeology con quella che lui stesso definiva Middle Range Theory (teoria a medio raggio), consistente nello sviluppo di ipotesi riguardanti i processi di formazione del deposito archeologico che servissero come base per l’ulteriore definizione della “teoria generale”.

Alla fine degli anni Settanta, proprio in coincidenza con i primi consistenti fallimenti “teorici” della New Archaeology, nascevano alcune importanti iniziative editoriali, come le Advances in Archaeological Method and Theory, edite da Schiffer, e i volumi della serie New Directions in Archaeology, diretta da studiosi inglesi e statunitensi; nel 1979 si teneva, a Southampton, il primo convegno Theoretical Group, un’iniziativa destinata a durare e a coinvolgere un numero sempre maggiore di studiosi provenienti da ambiti diversi da quello anglosassone.

Va sottolineato come fin dalla metà degli anni Settanta le tematiche “processuali” avessero conquistato ambiti archeologici lontani, come quelli dell’India e del Giappone.

All’influenza dell’archeologia processuale può essere anche attribuito il crescente interesse che si verifica in quegli stessi anni per le questioni “teoriche” in Unione Sovietica, dove fin dal 1972 era stata introdotta, nell’ambito degli incontri annuali dell’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze, una sessione di discussione sui metodi teorici e di ricerca, campo di studio in cui si distinguono i contributi di L.S. Klejn, G.S. Lebedev e V.A. Bulkin. Più di recente, nell’introduzione a un volume collettivo sulla teoria nell’archeologia europea nel periodo compreso tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, I. Hodder ha giustamente osservato come i tratti distintivi che caratterizzano l’archeologia di gran parte del continente siano la centralità delle questioni storiche e “la diffusa incorporazione della teoria marxista” (Hodder 1991).

Alla luce di queste osservazioni si può ben capire come l’influenza della New Archaeology sia stata assai limitata in Italia e in Spagna, dove le tematiche processuali si affermano solo negli anni Ottanta, o assolutamente marginale, come avviene ancora oggi in Germania e in diversi Paesi dell’Europa orientale, con l’eccezione forse della Polonia, dove una considerevole attenzione critica verso le teorie processuali è stata espressa, fin dagli anni Settanta, da S. Tabaczyński.

Un discorso a parte merita la Francia, Paese in cui diversi archeologi “processuali”, compreso lo stesso Binford, hanno a lungo lavorato; qui si passa da atteggiamenti di simpatia, come quelli espressi da A. Schnapp, J.-P. Demoule e S. Cleziou in un articolo comparso sulla rivista delle Annales nel 1973, nel quale si sottolineava la possibilità di inserire le tecniche di indagine della New Archaeology nel filone storiografico marxista, ad altri di aperta ostilità, come quella espressa nel polemico pamphlet dell’archeologo classico P. Courbin Qu’est-ceque l’archéologie? (1982).

Di un certo interesse è anche l’approccio scelto da J.-C. Gardin, uno dei pionieri nel campo dell’applicazione dell’informatica all’archeologia, che in Une archéologie théorique (1979) propone l’impiego di un’analisi “logicista” (termine impiegato dalla logica filosofica e matematica), che “esprime sotto forma di catene di operazioni esplicitamente definite i ragionamenti che sottintendono le operazioni archeologiche”, criticando, allo stesso tempo, la rigida contrapposizione tra metodo induttivo e metodo deduttivo.

Ben altro peso hanno avuto, soprattutto in Italia, Francia e Spagna (qui soprattutto dopo la caduta del franchismo), le tematiche di derivazione marxista. All’interno di un settore così vasto e delle sue tradizionali “varianti” (marxismo tradizionale, neomarxismo, marxismo strutturalista, ecc.) è possibile isolare due esperienze che hanno avuto notevole rilevanza, soprattutto nel rinnovamento dell’archeologia classica e medievale, quella del circolo di studiosi dei Dialoghi di Archeologia e, in Francia, la scuola di “psicologia della storia” formatasi all’interno della tradizione delle Annales.

Sebbene già agli inizi degli anni Sessanta R. Bianchi Bandinelli avesse introdotto le tematiche marxiste nella storia dell’arte antica, è solo nel 1967, in un clima politico certo più favorevole all’iniziativa, che prende corpo, attorno all’anziano studioso, il gruppo dei Dialoghi, la cui omonima rivista diviene ben presto il forum più importante di discussione sui diversi aspetti della teoria e della pratica archeologica nel nostro Paese.

Tra i molti contributi si distinguono quelli di R. Peroni, nel campo dell’archeologia protostorica, di M. Torelli e F. Coarelli, nell’interpretazione della società e della cultura classiche. A R. Francovich si deve la fondazione, nel 1974, della rivista Archeologia Medievale, destinata a divenire un importante polo di dibattito su questioni teoriche, prime fra tutte quelle legate allo studio della cultura materiale.

Va segnalata anche, nell’ambito dell’esplorazione di diverse tematiche, l’adesione di alcuni componenti del gruppo, come N. Parise e A.M. Bietti Sestieri, alle posizioni dell’antropologia sostantivista. Il contributo teorico più importante è però quello di A. Carandini che, con la pubblicazione di Archeologia e cultura materiale (1975), rompe definitivamente con la tradizione imperante degli studi di archeologia classica, rivendicando allo stesso tempo l’importanza del metodo di scavo e di recupero dei dati, troppo a lungo trascurato, e la necessità dell’applicazione delle più aggiornate categorie “marxiane” alla loro interpretazione.

Allo storico J.-P. Vernant si deve l’inizio di un filone di studio, variamente denominato come “antropologia storica” o “psicologia della storia”, che costituisce il primo serio tentativo di conciliare due paradigmi interpretativi, quello storico e quello antropologico, ancora oggi ritenuti fortemente distanti nell’ambito della cultura europea.

L’organizzazione di un convegno sui costumi funerari nel mondo antico alla fine degli anni Settanta costituisce la prima occasione, per gli archeologi che si richiamano a questo indirizzo (tra i quali vanno segnalati B. D’Agostino e i suoi allievi), di applicare un approccio diverso sia da quello marxista tradizionale, che non riconosce autonomia alla “sovrastruttura”, sia da quello processuale, per il quale i corredi delle tombe rispecchiano in modo fedele la struttura sociale delle comunità. Nonostante le critiche formulate per diversi motivi da molti studiosi, un’integrazione tra le tematiche processuali e quelle marxiste è stata tentata, non di rado utilizzando paradigmi mutuati da altre discipline, come quello della teoria del “sistema-mondo”, dell’economista I. Wallerstein, dalla fine degli anni Settanta, e da diversi archeologi preistorici e del Vicino Oriente (fra gli altri vanno ricordati i danesi K. Randsborg e K. Kristiansen, gli inglesi M.J. Rowlands e A.G. Sherratt, gli americani A. Gilman, Ph.L. Kohl e Th.C. Patterson e l’italiano M. Tosi).

Questo dialogo è forse alla base dell’applicazione di tecniche derivate dalla New Archaeology in diversi, recenti contributi di alcuni storici e archeologi classici (I. Morris e A.M. Snodgrass). A partire dalla fine degli anni Ottanta, la constatazione della fragilità di molte delle tematiche dell’archeologia processuale, dal ricorrente determinismo ambientale alla difficoltà di ricavare vere e proprie “leggi” socio-culturali dalla variabilità dei comportamenti delle società estinte rilevabili dai dati archeologici, ha provocato una forte reazione, in ambito anglosassone, determinando l’avvento di una nuova e variegata prospettiva teorica, definita come “postprocessuale”.

Il maggiore esponente di quest’indirizzo teorico, I. Hodder, è partito dai risultati delle sue indagini etnoarcheologiche tra i Nuba del Sudan e i Baringo del Kenya per attaccare quello che egli considera come il maggior difetto della New Archaeology, la sottovalutazione del fattore individuale. Lo studio delle popolazioni primitive permette in realtà di constatare, secondo Hodder, come la cultura materiale sia attivamente gestita dagli individui attraverso la dimensione simbolica (decorazioni delle vesti, utilizzazione di diversi tipi di armi o di ornamenti) per “negoziare” la propria condizione nel conflitto permanente tra giovani e anziani o nelle tensioni tra uomini e donne. Ne consegue la necessità di “leggere” la documentazione archeologica come un testo da decodificare e, a un livello più generale, la rivalutazione del “contesto” sociale in cui si situano i manufatti che l’archeologo recupera.

Contro l’approccio funzionale della New Archaeology e contro la pretesa nomotetica di individuare modelli di società e di comportamento, i postprocessualisti esaltano la particolarità di ciascuna comunità umana, la centralità delle relazioni di potere (si veda la rivalutazione delle tesi di J. Foucault), l’importanza (in consonanza con le tesi delle Annales) della storia “di lungo periodo”, la labilità delle ricostruzioni del passato tentate dagli archeologi, inevitabilmente influenzate dalle condizioni, materiali e culturali in cui essi stessi operano.

A questa rivalutazione delle tesi idealiste si accompagna una critica serrata (condotta soprattutto da M. Shanks e Ch. Tilley) all’attuale struttura degli scritti di archeologia, ai quali viene rimproverata la mancanza di dimensione narrativa e la pretesa (anche questa di derivazione processuale) di “dimostrare” in modo definitivo le ipotesi di partenza.

Accanto a intuizioni felici, come quelle riguardanti l’analisi dei corredi funerari, spesso finalizzati a “mascherare” la struttura della società, e all’interesse nato attorno a nuove tematiche, come lo studio del “genere” (Gender Archaeology), l’approccio postprocessuale appare carico di un relativismo tipico di quello che è stato definito come ambiente intellettuale “postmoderno”. B.G. Trigger ha scritto che oggi “gli archeologi vengono crescentemente sfidati a dedicare la loro attenzione a concetti filosofici (…) che in passato hanno tralasciato, considerandoli irrilevanti” (Trigger 1998).

Allo stesso tempo, per evitare che le teorie impiegate nell’interpretazione dei dati vengano trattate come “prodotti all’ultima moda in una sorta di ipermercato intellettuale” (Ch. Chippindale, in Sherratt – Joffee 1993), da impiegare disinvoltamente a seconda delle circostanze, vanno forse privilegiati quegli approcci teorici che in qualche modo si sono rilevati utili nell’ambito di diverse “archeologie”. È il caso, ad esempio, delle tematiche della storia di lungo periodo o di quella della mentalità, care alla scuola delle Annales, a cui fanno riferimento studiosi di preistoria (come J.L. Bintliff ), classicisti (come Ph. Leveau e F. Lissarague) e archeologi medievalisti (come R. Hodges). In una situazione in cui sono molte, ormai, le nuove riviste pensate soprattutto per ospitare dibattiti sulla teoria (tra le altre il Journal of Anthropological Archaeology, il Journal of Material Culture, l’Archaeological Review from Cambridge e il Journal of Archaeological Method and Theory) e le barriere “disciplinari” sono cadute nei convegni dedicati esplicitamente a questi temi, come i Theoretical Archaeology Group, l’attuale fase di “anarchia” epistemologica può forse essere salutare perché si giunga, alfine, a una più stretta integrazione tra diversi approcci, primi fra tutti quello storico e quello antropologico, premessa per la fondazione di una più matura archeologia “teoretica”.

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Fonte: Alessandro Guidi 

https://www.treccani.it/enciclopedia/sviluppi-recenti-del-pensiero-archeologico_%28Il-Mondo-dell%27Archeologia%29/



Categorie:A01- Storia del pensiero archeologico

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