Archeologia di Elea/Velia

VELIA (v. vol. VII, p. 1112). – Dopo l’attività di M. Napoli, nel corso degli anni ’60, che portò alla scoperta di una serie di ambienti sulle pendici meridionali dell’acropoli, datati tra la seconda metà del VI e la prima metà del V sec. a.C., l’esplorazione sistematica dell’abitato arcaico è stata completata tra il 1969 e il 1978 da una missione archeologica tedesca, sostituita poi da una austriaca. Alla metà degli anni ’70 è stato ultimato lo scavo dell’edificio termale (Napoli, 1972). Indagini programmate nello stesso periodo hanno messo in luce il teatro, databile intorno alla metà del IV sec. a.C., edificio sul quale è stata ripresa, tra il 1993 e il 1996, un’indagine sistematica finalizzata al consolidamento e al restauro, a opera della missione austriaca.

Dal 1991 è stato avviato un programma di esplorazione del terrazzo superiore dell’acropoli che ha portato all’individuazione di strutture di età ellenistica (Fiammenghi, 1994).

Topografia. – La fondazione focea (VI sec. a.C.) fu preceduta da un insediamento sorto nella metà del II millennio (tra il Bronzo Medio di facies appenninica e il Bronzo Recente) sulla collina dell’acropoli. L’insediamento greco, che fu stabilito intorno al 540 a.C., in un luogo disabitato, non mostra legami con l’abitato preistorico scomparso al volgere del primo millennio. Ciò è confermato anche dal materiale rinvenuto negli strati più antichi del sito, in cui si nota l’assenza di ceramica focea o massaliota, e un’abbondanza di importazioni da Cuma e Ischia.

Acropoli. – Indagini recenti fanno supporre che il luogo di culto arcaico, che si presume consacrato a Hera, fosse situato a NO del tempio più tardo, su un livello più alto. Della sua decorazione si sono conservate solo poche terrecotte architettoniche. Le analisi stratigrafiche effettuate sul pendio S dell’acropoli (J.-P. Morel) hanno indotto a riconoscere nel villaggio in opera poligonale il primo insediamento della città. Sono stati riportati alla luce circa venti ambienti disposti su entrambi i lati di una strada che segue l’inclinazione del pendio. Sebbene non vi sia uniformità nelle dimensioni delle abitazioni, le infrastrutture relative all’approvvigionamento idrico e il fatto che le case presentino muri in comune lasciano supporre che l’insediamento rispondesse a un piano preordinato. La città non occupava soltanto il pendio meridionale dell’acropoli, ma ne sono stati scoperti resti anche a Í della terrazza dell’acropoli. Nel corso dei più recenti scavi condotti dalla Soprintendenza sono emerse fondazioni di case nelle immediate vicinanze delle fondazioni del tempio più tardo. Un altro complesso di abitazioni è stato scoperto a NO della terrazza di Posidone Asphalèios; resti dell’insediamento arcaico sono venuti in luce anche nella città bassa.

In occasione di un grandioso rinnovamento dell’acropoli nella prima metà del V sec., queste zone di insediamento furono abbandonate e, con imponenti opere di terrazzamento, la collina fortificata vide mutare radicalmente la sua funzione, divenendo un monumentale luogo di culto cittadino. Furono realizzati due muri di terrazzamento: il primo, in opera pseudopoligonale, si trova a un livello superiore rispetto a quello delle abitazioni arcaiche e si estende per una lunghezza di c.a 160 m; il secondo, a un livello superiore, fu costruito più tardi in bella opera isodoma con zoccolo dall’elegante profilo sagomato. Quest’ultimo fungeva da basamento per il tempio, situato in cima alla collina. Studi recenti sulla planimetria e sulle proporzioni della struttura inducono a ipotizzare che il tempio fu verosimilmente costruito solo dopo il 300 a.C. e probabilmente rimase incompiuto. Non si può escludere che il santuario di età arcaica fosse utilizzato fino alla ricostruzione del tempio avvenuta nel III sec. a.C.

Sulla fronte NE del tempio sono i resti del teatro, che sfrutta il dislivello tra la sottostante terrazza dell’acropoli e il pròpylon del tempio come appoggio naturale, mentre la sua ubicazione tra un edificio pubblico e un luogo di culto ne sottolinea il carattere multifunzionale. Per una ricostruzione del suo aspetto originario disponiamo di pochi elementi, che tuttavia fanno pensare a un impianto esteso, parallelo, nel senso della larghezza (c.a 18 m), al muro di terrazzamento sottostante. L’angolo E del secondo muro di terrazzamento fu ricostruito, subito dopo la sua erezione, in tecnica pseudopoligonale; questa muratura probabilmente apparteneva a una struttura con funzione di teatro, nel vero senso della parola, paragonabile a edifici pubblici simili di altre città della Magna Grecia noti come ekklesiastèria. La costruzione monumentale del teatro, nella sua accezione tipologica canonica, è da far risalire al periodo intorno al 300 a.C. Si conservano l’anàlemma sud-occidentale con un proedrio di almeno due gradini e resti della pàrodos, mentre del palcoscenico sono state esaminate solo le fondazioni in stratigrafia. Con l’edificazione del teatro, il tempio divenne accessibile tramite una strada che, passando dietro al teatro, conduceva al pròpylon. I resti del kòilon e del palcoscenico attualmente visibili sono pertinenti a una ricostruzione operata nella media epoca imperiale.

L’impianto difensivo. – La sua storia costruttiva è stata chiarita negli anni ’70. Il tratto di muro che dalle spalle della collina si inoltra nell’entroterra per oltre un chilometro raggiungendo il livello più alto a Castelluccio, costituisce l’asse principale della fortificazione (tratto A, con le torri A1-A9). La zona meridionale della città è delimitata da due tratti di muro: il tratto B, con le torri B1-B6, che segue il naturale andamento del terreno lungo il vallone del «Frittolo» e separa il quartiere delle terrazze, a O, dai pendii del quartiere dei Vignali. Il limite E della città è definito dal tratto di muro C con le torri C1-C2, che, procedendo da Castelluccio verso S, racchiude la città bassa. Parallelo all’antica linea di costa è il muro E, del quale è stato riportato alla luce un breve tratto, a S della Porta Marina Sud.

Le indagini archeologiche si sono concentrate in particolare sul tratto murario D, che circonda il quartiere settentrionale con le torri D1-D4, rendendo accessibile il porto settentrionale della città tramite la Porta Marina Nord. Il problema principale nello studio delle fortificazioni di V. è costituito dalla lettura e dal significato dei diateichìsmata, che separano i singoli quartieri cittadini, sicuramente risalenti al piano originario di fondazione. Non è escluso che tali separazioni interne rispecchiassero strutture sociali differenziate della popolazione urbana, tuttavia non disponiamo del supporto di fonti storiche né di indizi significativi.

Le mura, nel loro primo impianto, sono caratterizzate da uno zoccolo in arenaria in opera pseudopoligonale (spess. 1,80 m) e da un elevato in mattoni crudi; le torri appartengono alla seconda fase costruttiva (prima metà del V sec. a.C.), in cui il muro raggiunge uno spessore di 2,80-3 m. Lo zoccolo risulta in gran parte realizzato in un’opera isodoma molto accurata di arenaria e si conserva alla base delle torri con una bella modanatura; al di sopra dello zoccolo è la cortina in mattoni crudi. Nel tardo IV sec. a.C. si rese necessario un massiccio intervento di ristrutturazione, che tuttavia sfruttò lo zoccolo preesistente come fondazione. In quell’epoca le cortine erano dotate di cammini di ronda coperti. Una serie di cisterne costruite più tardi nelle mura rivelano un sistema di approvvigionamento idrico ben ponderato.

Il quartiere settentrionale era collegato con la parte meridionale della città dalla Porta Rosa, la cui monumentale volta a botte con i caratteristici archi di scarico appartiene alla più antica tradizione architettonica magnogreca. La sua costruzione, che comportò un profondo taglio nel crinale, consentì una comunicazione carrabile tra i due diversi settori urbani. Probabilmente alla fine del II sec. a.C. questa via di comunicazione – forse per la franosità del terreno soprastante – fu intenzionalmente chiusa e il settore settentrionale della città fu abbandonato dalla popolazione. Ciò è testimoniato da una serie di tombe della prima epoca imperiale, rinvenute all’interno della Porta Marina Nord.

Santuarî su terrazze. – Situati lungo il crinale centrale della collina, questi conferivano alla città una monumentalità scenografica. La prima terrazza a E dell’acropoli fu occupata dal Santuario di Posidone Asphàleios. A E della Porta Rosa si trova una terrazza di minori dimensioni con un santuario a cielo aperto, del quale si conservano un monumento con nicchia costruito all’interno del muro di cinta e resti di oggetti votivi. Non è dato sapere a quale divinità fosse consacrato. A S della torre A6 sorge un santuario di epoca ellenistica, ove si conservano le fondazioni di un tempio in antis; al centro dello spazio antistante, con pavimentazione lastricata, è un altare. Addossati alla cinta muraria sono inoltre un piccolo edificio e una stoà. L’ipotesi che il santuario fosse consacrato a Persefone non è convincente. Adiacente a esso, ma a un livello di poco più alto, è una vasta corte (c.a 91 x 98 m), costituita da un imponente terrazzamento. L’accesso principale potrebbe essersi trovato sulla fronte E, mentre sui lati O e S sono due piccole scalinate. Questo grande spazio non era edificato; il suo lato E è occupato da un altare monumentale (7 X 25 m). A N di esso, all’interno di un piccolo recinto, è stata rinvenuta una serie di cippi in arenaria, i quali permettono, con le loro epigrafi, di stabilire che il santuario era dedicato a Zeus. L’impianto potrebbe risalire al V sec. a.C., mentre l’altare, nella sua forma attuale, fu realizzato in epoca ellenistica. I resti visibili tra le torri A5 e A4 non sono pertinenti a un santuario, ma più probabilmente a impianti militari in connessione con la cinta muraria.

Quartiere dei Vignali. – La trasformazione dell’acropoli da area di insediamento urbano a santuario monumentale rese necessaria una risistemazione dei quartieri abitativi all’interno della cinta muraria. Per questo scopo fu scelto l’esteso pendio meridionale della collina. Le indagini sulle abitazioni ellenistico-romane nei Vignali, costruite su fondazioni più antiche hanno consentito di ricostruire una rete viaria che definisce insulae di forma allungata disposte secondo l’ordine classico per strigas. Partendo dalla c.d. agorà a O, si può ipotizzare un numero di almeno dodici lunghe vie parallele che seguono l’inclinazione del pendio. La larghezza di un‘insula, di 37,35 m, attraversata da uno stretto corridoio assiale longitudinale (largo c.a 1,25 m), corrisponde a quella di due abitazioni misuranti 17,5 X 16,5 m, nelle quali viene ipoteticamente indicata una tipologia peculiare di Velia. Questa nuova organizzazione del quartiere abitativo nella zona dei Vignali può essere datata, su base stratigrafica, al periodo precedente la metà del V sec. a.C. La ristrutturazione romana di quest’area rispetta l’orientamento e le dimensioni dell’impianto viario greco, come testimonia una serie di costruzioni dell’epoca, tra cui un impianto termale molto ben conservato nella planimetria, situato tra la decima e l’undicesima via, che ha rivelato diverse fasi costruttive databili tra la prima e la media età imperiale.

Vallone del «Frittolo». – Una suddivisione naturale della zona meridionale della città di V. è determinata dal vallone a E della strada che conduce a Porta Rosa, ribattezzato dal Sestieri vallone del «Frittolo» da un vecchio toponimo. Quest’area non fungeva solo da cerniera tra i due quartieri urbani dei Vignali e delle Terrazze, ma è da considerare l’arteria principale della parte meridionale di V. in tutto il suo sviluppo.

All’imbocco del vallone si trova una sorgente che evidentemente rappresentava l’unica fonte naturale di approvvigionamento idrico della città, tradizionalmente identificata con la Fonte Hyele.

Al di sotto della sorgente si trova un interessante complesso termale di epoca ellenistica, forse uno dei primi esempi greco-occidentali di impianto di riscaldamento a ipocausto al di sotto di una vasca per l’acqua calda, accanto a un ambiente con vasche a gradini.

Sotto alle terme si conserva un sistema di terrazzamenti e canalizzazioni, che documenta la costante preoccupazione di tenere sotto controllo le potenzialità e i pericoli connessi con la sorgente stessa. Oltre a raccogliere la preziosa acqua sorgiva era difatti necessario provvedere anche alla deviazione delle acque piovane in eccesso. Questi terrazzamenti inoltre collegavano e delimitavano il sistema viario nell’area dei Vignali sull’asse N-S rappresentato da Porta Rosa. L’asse perpendicolare corrispondente è stato individuato sotto le fondazioni di un ninfeo romano, della cui decorazione si conservavano resti fino a pochianni or sono.

Più in basso era un altro terrazzamento che ospitava un grande complesso architettonico (c.a 35 X 65 m) sicuramente di destinazione pubblica, circondato su tre lati da muri di terrazzamento, tagliati nel fondovalle e nei pendii laterali. Questo spazio libero fu circondato da strutture, di cui si conservano le fondazioni. Sul lato breve rivolto verso la valle sono due grandi accessi, tra i quali era una fontana di acqua corrente e una serie di bacini. Negli ultimi anni G. Tocco vi ha condotto nuove indagini, che hanno confermato da un lato la datazione al II sec. a.C., dall’altro l’imponente impegno economico che la realizzazione di queste terrazze artificiali aveva reso necessario; il complesso è verosimilmente da identificare come Asklepièion.

Davanti alla già menzionata fontana, al centro del lato S, è un colonnato monumentale, del quale tuttavia non è certa l’eventuale pertinenza all’impianto originario. Ai lati sono le installazioni per più piccoli bacini idrici. Questo spazio era il nodo delle vie che conducevano dalla città bassa a Porta Rosa e dai Vignali all’acropoli. La parte della cinta urbana conservatasi sul lato O con le torri Bi e B2 potrebbe aver perso la sua funzione in occasione delle ristrutturazioni di epoca ellenistica, obliterata da un edificio terrazzato che si estende a E, le cui fondazioni sono ancora riconoscibili a Ν della torre B2. All’interno dell’area sopra descritta si conservano i resti di una grande vasca, probabile serbatoio idrico del complesso termale costruito tra la prima e la media età imperiale. L’impianto è accessibile da NO tramite un vestibolo con frontone spezzato. Da un’ampia sala centrale, la cui pregevole decorazione a mosaico si è conservata integralmente, si aveva accesso, nelle tre direzioni, ad ambienti termali a diversa temperatura e a vasche di acqua calda. Nel corso delle indagini sono stati individuati i più antichi terrazzamenti e impianti idrici, che denotano una continuità di utilizzazione di questo vallone acquifero per l’approvvigionamento idrico durante l’intera esistenza della città, e rendono un’idea degli oneri economici che tutto questo rendeva necessari. Questa funzione trova la sua testimonianza più impressionante nel c.d. pozzo sacro, situato in uno spazio non edificato a Ν della torre Β 3 e datato, sulla base del tipo di tecnica muraria in pietra, al 300 a.C. La sua funzione sacrale, suggerita da iscrizioni e da statuette fittili, non è tuttavia accertabile.

Quartiere delle terrazze. – Situato a O del vallone, esso serviva da collegamento con l’acropoli. Questo quartiere era delimitato a E, fino all’epoca ellenistica, dal tratto di muro B della fortificazione e sicuramente svolgeva un ruolo di rilievo nell’organizzazione della città. Sfortunatamente non si sono conservati resti monumentali risalenti alla fase preellenistica (VI-IV sec. a.C.). L’ipotesi di M. Napoli, secondo cui sulla terrazza superiore sorgeva un tempio, basata sul rinvenimento di terrecotte architettoniche e oggetti votivi, non può essere considerata certa. La sistemazione di quest’area come settore urbano risale al 300 a.C. circa. L’asse del nuovo quartiere si identifica con una grande arteria stradale che dalla torre B1 si dirige verso O e, nonostante i miglioramenti più tardi, rivela l’accurata tecnica di pavimentazione del periodo iniziale. Da questa via si diramano, a intervalli regolari, assi trasversali in direzione N-S, realizzati in parte come ripide scalinate lungo il pendio. Oltre alle più tarde ricostruzioni, merita particolare interesse la c.d. Casa dei Capitelli, databile, in base alla tecnica costruttiva, nel periodo intorno al 300 a.C.; il rinvenimento di una serie di capitelli non finiti inducono a ipotizzare per l’edificio la funzione di officina per la lavorazione della pietra. Il completamento dello scavo della strada ha portato, negli ultimi anni, alla sorprendente scoperta, alla sua estremità occidentale, di una grande casa a peristilio che, in base alle decorazioni dipinte conservatesi in buono stato, è stata ribattezzata Casa degli Affreschi. L’abitazione, il cui primo impianto risale al II sec. a.C., cessò di essere utilizzata al più tardi nel II sec. d.C.

Città bassa. – Le strutture arcaiche, riportate alla luce negli ultimi decenni al di sotto dei resti romani dell’insula II, rivelano un impianto chiuso, caratterizzato da semplici case con muri in mattoni crudi su zoccoli di pietra; a giudicare dall’orientamento, esse possono essere considerate parti di un progetto urbano organizzato. La sequenza insediativa è caratterizzata da diverse fasi di distruzioni e conseguenti riparazioni, che testimoniano la costante minaccia rappresentata dall’erosione del versante della collina e dalle mareggiate cui questa zona della città era sottoposta. Al di sotto dell’insula II si sono conservati integralmente gli impianti di due abitazioni, dai quali si ricavano informazioni sulle tipologie costruttive. Secondo una proposta ricostruttiva, una delle due case era dotata di due pilastri interni e di un tetto a doppio spiovente con copertura di tegole. A una distruzione causata da un dilavamento del pendio fa seguito una seconda fase costruttiva che comporta una netta modificazione della planimetria e una riduzione delle dimensioni della seconda delle due abitazioni. In una corte era alloggiato un forno, pertinente alla medesima fase di restauro. Nell’ultima fase, le due case furono abbandonate e obliterate da un muro in pietra a secco in opera pseudopoligonale, un intervento che rivela l’ultimo tentativo di garantire alla città bassa la funzione di area abitativa. La definitiva distruzione fu molto probabilmente causata da una violenta mareggiata, responsabile dei depositi di sabbia marina alti fino a un metro. Questo susseguirsi di fasi diverse di utilizzo si iscrive in un arco cronologico di c.a 50 anni, fino alla metà del V sec. a.C. e offre uno scorcio ad ampio spettro della cultura materiale di Velia.

Dopo l’ultima catastrofe naturale, la città bassa rimase inutilizzata per oltre un secolo. La riorganizzazione urbanistica di V., databile intorno al 300 a.C., incluse la realizzazione di un terrazzamento collegato con la cinta muraria, che nei decenni seguenti sarebbe divenuto, con la creazione di nuove insulae un’area densamente abitata, un fenomeno da porre probabilmente in relazione con un notevole progresso economico della città, evidente anche nell’ampiezza delle abitazioni nonché nelle loro decorazioni. Ulteriore significativa testimonianza è una monumentale strada lastricata che dal c.d. pozzo sacro procede in direzione SE. Tra questa nuova arteria principale della città bassa e il tratto di muro E, parallelo a essa, fu costruita una larga strada che conduceva alla Porta Marina Sud e la zona fu suddivisa in singole insulae. I resti di queste strutture sono stati messi in luce nel corso degli scavi dell ‘insula I, sebbene le ristrutturazioni e le modificazioni funzionali più tarde ne rendano la lettura difficile. Anche all’interno delle insulae II e III – quest’ultima non ancora completamente scavata – sono testimoniati resti di strutture abitative di epoca ellenistica.

A NO del tratto di muro B sono state scavate due case ellenistiche composte da ambienti, alcuni dei quali di rappresentanza, disposti intorno a un atrio tetrastilo. I loro terrazzamenti in muratura di pietra a secco seguono l’inclinazione naturale del terreno, ma senza riguardo per la cinta muraria antistante.

Il rinnovamento della vita cittadina in epoca imperiale è testimoniato dalla risistemazione dell ‘insula II; dopo la distruzione dell’abitato ellenistico, questa riceve una funzione del tutto nuova con la realizzazione di un grande complesso architettonico in opus caementicium di destinazione pubblica. Questa costruzione, di pianta rettangolare (c.a 35 X 70 m), è suddivisa in due corti di area disuguale, entrambe delimitate da un colonnato e accessibili tramite un accesso assiale a NE. La corte di maggiori dimensioni è circondata da un criptoportico, la cui configurazione a nicchie dà un’idea della decorazione in stucco oggi in gran parte perduta. Al centro del triportico minore, in asse con l’entrata centrale, era verosimilmente collocato un altare. Qui è stato rinvenuto un ricco corredo di sculture, che ha animato un intenso dibattito scientifico. Oltre ai ritratti dei membri della casa imperiale giulio-claudia, vi sono statue di togati e stele con raffigurazioni di un medico, designato nelle iscrizioni come Pholarchos. Vi è inoltre un ritratto che reca iscritto il nome di Parmenide, basato sul noto tipo di Metrodoro. Si deve presumere che il complesso fosse sede di un collegio di medici, costituitosi in età augustea con il sostegno della famiglia imperiale nella tradizione del fisico Parmenide quale hèros ktìstes. Ricerche recenti inducono a ipotizzare che interventi successivi determinarono dei cambiamenti nella planimetria, riconoscibili soprattutto nell’ampiezza, nell’esposizione e nella decorazione del criptoportico, nonché nell’innalzamento del livello della zona di ingresso. In base ai ritratti imperiali la data della prima ricostruzione può essere fissata a prima del 9 d.C., laddove confronti con materiali urbani consentono di datare la decorazione dell’altare, situato al centro del triportico, agli ultimi decenni del I sec. a.C. La fine della funzione pubblica di questo complesso architettonico è segnata da una nuova costruzione di minori dimensioni che comporta un notevole innalzamento del livello. La data di questa ristrutturazione, collocata da M. Napoli al II sec. d.C., non può essere ulteriormente precisata.

Dinanzi alla fronte dell’insula II è riconoscibile lo sbocco di una strada proveniente dalla parte alta della collina, che per orientamento e posizione si collegava con la via n.3 del Quartiere dei Vignali. Più a E la fronte stradale è scandita in modo monumentale da quattro grandi pilastri in mattoni e, nonostante i rimaneggiamenti successivi, dà un’idea dell’importanza dell’edificio retrostante. Gli scavi non sono ancora terminati, tuttavia si può ipotizzare una relazione con i resti di un monumento pubblico rinvenuti al di sotto della Casa Cobellis. Qui, davanti alla facciata della costruzione romana in mattoni attualmente visibile, era una serie di tabernae con copertura a volta che con le loro pregevoli decorazioni interne in stucco indicano per il complesso una funzione pubblica. La tesi più plausibile è che qui fosse un impianto di grandi dimensioni, privo di rapporto con la rete viaria greca, e verosimilmente orientato verso altri edifici romani della città bassa e per questo pertinente a una riorganizzazione su grande scala adeguata alle esigenze di rappresentanza di un municipium della prima età imperiale.

L’avanzato processo di insabbiamento del porto e il conseguente mutamento del terreno antistante la fortificazione si legge con particolare evidenza nei livelli su cui poggiano gli edifici funerarî romani. L’utilizzo tardoantico della città bassa è testimoniato da esigui resti di strutture in gran parte edificate, su livelli innalzati dall’erosione del pendio, con materiali di reimpiego.

Porto. – È un dato di fatto che le colonie dei Focei, in rispetto della situazione topografica del loro luogo d’origine, occupavano la sommità di colline racchiuse da insenature adatte a impianti portuali. V. apporta un’ulteriore conferma a questa tradizione. La situazione geologica della collina, con le sue recenti formazioni di pietra arenaria al di sopra di un substrato del flysch del Cilento, è caratterizzato da un costante fenomeno di erosione superficiale, evidente nei massicci depositi nelle parti più basse della città e nella zona costiera. A ciò si aggiunge un bradisismo che ha provocato ripetuti spostamenti della linea di costa. Tutti questi fattori rendono molto difficile la localizzazione delle darsene.

Recenti indagini geologiche hanno indicato nuovi spunti per la soluzione di questo problema, mostrando che a S del promontorio la linea di costa era arrivata ai piedi del pendio; è pertanto molto probabile che il più antico porto si trovasse a E dell’attuale sbocco dell’odierno tunnel ferroviario; carotaggi effettuati in questo punto hanno rivelato la presenza di un’area edificata successivamente impaludato. Riparata dai venti nord-orientali e dall’insabbiamento, come mostrano le dune eoliche sul versante settentrionale dell’acropoli, questa posizione offriva condizioni particolarmente favorevoli alla navigazione.

La localizzazione del porto fluviale a Ν della città è a tutt’oggi assolutamente ipotetica. A ogni modo l’insabbiamento dell’intera baia settentrionale dell’Alento si è compiuto solo in epoca tardoantica. Le più antiche descrizioni della zona di V. parlano di una palude e di mura con anelli di ferro pertinenti a un porto presso la foce dell’Alento.

Bibl.: In generale: Velia e i Focei in Occidente, in PP,XXI, 1966, pp. 153- 420 (contributi vari); Nuovi studi su Velia, ibid.,XXV, 1970, pp. 5-300 (contributi vari); G. Greco, F. Krinzinger (ed.), Velia. Studi e ricerche, Modena 1994; La ricerca archeologica a Velia. Atti delle giornate di studio, Roma 1993, in corso di stampa; Studio di fattibilità per il Parco Archeologico di Velia, in corso di stampa.

Notizie di scavi e studi di topografia: Si vedano i singoli contributi negli Atti dei Convegni di Studi sulla Magna Grecia dal 1967 in poi. Inoltre: M. Napoli, Die Sondierungen auf der Akropolis von Elea, in AA, 1970, pp. 170-176; id., Guida agli scavi di Velia, Cava dei Tirreni 1972; L. Richardson jr., in The Princeton Encyclopaedia of Classical Sites, Princeton 1976, pp. 295-296, s.v. Velia; B. Neutsch, Elea. Ionisches und Attisches aus dem archaischen Stadtgebiet, in RM, LXXXVI, 1979, pp. 141-180; F. Krinzinger, Die Stadtmauern von Elea. Eine archäologisch-topographische Untersuchung, Innsbruck 1979; B. Neutsch, Die archäologische Erforschung von Elea, Vienna 1979, pp. 140-144; J. Daum, Das Theater auf der Akropolis von Elea, in F. Krinzinger (ed.), Forschungen und Funde. Festschrift B. Neutsch, Innsbruck 1980, pp. 499-505; W. Johannowsky, Note sull’edificio della cosiddetta «insula II presso Porta Marina Sud di Velia, ibid., pp. 201-204; J-‘P· Morel, Vestiges de l’âge du bronze sur l’acropole de Velia, ibid., pp. 299-307; B. Otto, Zwei Vasenmaler, ibid., pp. 315- 323; E. Greco, Magna Grecia (Guide Archeologiche Laterza, 12), Roma-Bari 1980, pp. 37-48; B. Neutsch, Zum Eros-Brunnen von Elea, in Φιλας Χαριν , Miscellanea di studi classici in onore di E. Manni, Roma 1980, VI, pp. 1615- 1620; M. Baggioni Lippmann, Etude géomorphologique du site de Vèlia, in PP, XXXVII, 1982, pp. 210-223; W. Johannowsky, Considerazioni sullo sviluppo urbano e sulla cultura materiale di Velia, ibid., pp. 225-246; C. Bencivenga Trillmich, Resti di casa greca di età arcaica sull’acropoli di Velia, in MEFRA, XCIV, I, 1983, pp. 417-448; F. Krinzinger, Die Stadtmauern von Elea, in La fortification dans l’histoire du mond grec. Actes du Colloque International, Valbonne 1982, Parigi 1986, pp. 121-125; id., Velia. Grabungsbericht 1983-86, in Römische Historische Mitteilungen, XXVIII, 1986, pp. 31-56; E. Greco, Su di un problema urbanistico velino, in AnnAStorAnt, IX, 1987, pp. 189-195. F. Krinzinger, Velia. Grabungsbericht 1987, in Römische Historische Mitteilungen, XXIX, 1987, pp. 19-43; M. Lippmann Provansal, Variations récentes du trait de côte sur les sites de Velia et Paestum (Italie méridionale), in Deplacements des lignes de Rivage en Méditerranée d’après les données de l’archéologie, Parigi 1987, pp. 115-124; D. Fabbri, a. Trotta, Una scuola collegio di età augustea. L’insula II di Velia, Roma 1989; F. Krinzinger, Anmerkungen zur griechischen Stadtplanung, in Akten des 3. Osterreichischen Archäologentages, Vienna 1989, pp. 113-119; E. De Magistris, Problemi topografici del litorale velino, in Fra le coste di Amalfi e di Velia. Contributi di storia antica e di archeologia, Napoli 1991, pp. 39-81; F. Krinzinger, Velia. Grabungsbericht 1992, in Römische Historische Mitteilungen, XXXIV, 1993, pp. 25-42; A. Fiammenghi, Velia. Acropoli. Un saggio di scavo nell’area del tempio ionico, in G. Greco, F. Krinzinger, Velia. Studi e ricerche, cit., pp. 77-87; E. De Magistris, Appunti per una lettura della Porta Rosa di Velia, in Tra Lazio e Campania. Contributi di Storia e Topografia Antica, Napoli1995, pp. 87-89.

(f. krinzinger)

Culti. – Sin dal primo stanziamento, l’acropoli fu occupata da strutture di carattere sacro, come rivelano i materiali votivi e le terrecotte architettoniche rinvenuti; attualmente sono in corso indagini più approfondite per definire la planimetria e la cronologia del tempio che sorge sulla terrazza più alta.

Le terrazze che collegano l’acropoli con Castelluccio sono occupate da una serie di complessi sacri di cui il più imponente è forse quello dedicato a Zeus, con un grande altare all’aperto.

Nella città bassa, la recente ipotesi dell’identificazione di un Asklepièion nell’area solitamente ritenuta l’agorà induce a collegare in un complesso sistema monumentale particolarmente scenografico la terrazza di Posidone Asphàleios con quelle occupate dalla sorgente Hyele, dalle terme ellenistiche e dallo stesso Asklepièion. Infine si è avanzata l’ipotesi che la struttura edilizia che occupa l’insula II possa essere un santuario dedicato al Divo Augusto.

Per quanto riguarda i culti, nuovi dati sono forniti dalla documentazione epigrafica e dai materiali.

Il culto di Hera è documentato da due cippi in uno dei quali la dea è menzionata con l’epiclesi di Thelxìne («colei che affascina») e da alcune dediche graffite su coppe a vernice nera provenienti dai depositi votivi rinvenuti nei livelli che documentano le trasformazioni che hanno interessato l’acropoli. Il nome della dea al genitivo compare inoltre su due blocchi reimpiegati uno nelle mura nel tratto tra Porta Rosa e Castelluccio e l’altro nel complesso dell’insula II.

Il culto di Atena è attestato da un’iscrizione greca di età romana rinvenuta nel 1979 in un livello di riempimento del teatro, relativa ad Atena Poliàs e da un frammento di epigrafe ritrovato sull’acropoli nel 1973 relativo ad Atena Hellenìa e a Zeus Hellènios, se è valida l’integrazione proposta (Miranda, 1982).

Alcuni graffiti recanti le lettere αθ compaiono su fondi di coppe a vernice nera databili tra il V e il IV sec. a.C. rinvenuti negli scavi del 1992 sull’acropoli.

La testimonianza più antica del culto di Zeus è costituita da un’iscrizione in cui il dio è menzionato con l’epiteto di Hellènios, databile alla fine del VI sec.-inizî del V sec. a.C.

L’epiteto hòrios, già noto, è ora documentato da un secondo cippo mutilo, databile intorno alla metà del V sec. a.C. rinvenuto nell’area di Porta Rosa nel 1965 (Guarducci, 1970), mentre un altro cippo della seconda metà del V sec. a.C., documenta il culto di Zeus Hypatos Athenàios.

Un frammento di architrave del IV sec., di provenienza ignota, riporta l’epiteto usato per Zeus e Hera, ma che per il suo significato («che pone rimedio ai mali, alle sventure») potrebbe essere riferito anche ad Apollo.

Infine una piccola ara in arenaria databile tra il III e il II sec. a.C. reca l’epiclesi di Polièus e il nome del dio, in genitivo, inciso su alcuni blocchi del muro di contenimento sul lato O di Porta Rosa.

Il culto di Zefiro è documentato da un frammento di cippo databile al IV sec. a.C., che costituisce una delle prime attestazioni epigrafiche del culto nel mondo greco.

La sua presenza, accanto a Hera Thelxìne e a Zeus Hypatos Athenàios, costituisce un ulteriore riferimento ad Atene, dove si ha notizia di un altare dedicato a Zefiro.

La presenza di un culto di Asklepios è oggi ipotizzata sulla base di numerosi elementi quali il rinvenimento di una statuetta in marmo raffigurante Asklepios e di un’altra attribuibile a Igea, la presenza del caduceo sulla monetazione argentea del IV sec. a.C., il decreto di V. del 242 a.C. con cui la città, aderendo alla richiesta degli abitanti di Coo riconosce l’asylìa dell’Asklepièion e partecipa alle feste in onore del dio.

Il culto di Cibele è stato ipotizzato sulla base del naìskos con dea seduta, mentre quello di Demetra è presupposto in base alla notizia di Cicerone (Balb., 24, 55), secondo cui le sacerdotesse del culto di Cerere a Roma venivano da V. e Napoli; un graffito recante le lettere äç su un fondo di coppa proveniente dall’abitato arcaico sull’acropoli e alcune terrecotte raffiguranti una figura femminile con porcellino potrebbero completare la documentazione relativa alla dea.

Al culto di Eros sono state attribuite le lettere ep incise su un masso di arenaria nei pressi del pozzo sacro, così come alcuni graffiti su frammenti ceramici provenienti anch’essi dal pozzo; di recente ne è stata proposta una relazione con il culto di Hermes (Leiwo, 1985).

Ad Ade e Persefone si riferisce un’epigrafe greca su un architrave databile alla seconda metà del IV sec. a.C., mentre a Hestia era dedicata una piccola ara in arenaria oggi dispersa (IG, XIV, 658).

Aristotele (Rhet., II, 23, b 5) riporta una testimonianza secondo la quale gli Eleati avrebbero chiesto a Senofane se sacrificare a Leukothea.

Della presenza di un culto di Apollo non esistono testimonianze dirette, ma ne è stata ipotizzata l’esistenza in base al nome Oulis portato da tre medici eleati, riferibile all’epiteto Oulios, attestato per Apollo nella Grecia microasiatica.

Cultura materiale. – La produzione locale di ceramica in epoca arcaica è oggi largamente documentata anche grazie a un articolato programma di analisi degli impasti. Le officine eleati iniziano la loro attività fin dai primi anni di vita dell’insediamento e la classe ceramica maggiormente rappresentata è quella a fasce, nel cui repertorio formale è presente la coppetta monoansata, lo skỳphos a labbro rientrante e una ricca serie di piatti a basso piede troncoconico. Molto diffuse, tra le forme chiuse, le idrie a collo cilindrico, le brocche e Polpetta a fondo piatto.

Molto ricca è la serie delle c.d. coppe ioniche, in particolare del tipo B2 Vallet-Villard, del quale sono state riconosciute numerose varianti che, come rivela anche la campionatura degli impasti, attestano la produzione locale di questa classe ceramica.

Un altro dei temi maggiormente discussi riguarda la produzione e la circolazione delle anfore da trasporto c.d. ionico-massaliote, di cui è stata individuata a V. una produzione locale, accanto a esemplari importati (Gassner,1994).

Rivestimenti fittili architettonici realizzati nella città sono documentati già a partire dagli anni finali del VI sec. a.C., quando, accanto ad antefisse nimbate di provenienza cumana, compaiono esemplari e varianti locali; il sistema di copertura c.d. campano è attestato a V. da una serie di elementi comprendenti kalyptères hegemònes, tegole piane ed embrici semicircolari, antefisse a nimbo (sia a testa femminile, sia a palmetta dritta e pendula), tegole di sponda, dipinti con fasce in bruno o con meandri, per buona parte di fabbricazione locale a imitazione di tipologie elaborate negli ateliers pithecusani e campani. Tale produzione sembra interrompersi intorno alla metà del V sec. per riprendere nei decenni iniziali del IV sec. e svilupparsi enormemente in età ellenistica e romana (Greco, Strazzulla, 1994). La coroplastica, ancora del tutto inedita, presenta, per l’età arcaica, tipologie comuni al mondo ionico (il c.d. tipo ionico seduto e la dea con alto pòlos) mentre la produzione di età ellenistica si uniforma alle tipologie largamente note; sono attestate matrici, a volte con sigle graffite.

Le sculture rinvenute nell’Insula II costituiscono il nucleo principale per la conoscenza dell’attività scultorea di Velia (de Franciscis, 1970); una posizione centrale è occupata dalla discussa testa di Parmenide che riproduce un tipo di filosofo ricostruito, in antico, su iconografie più ricorrenti come quella di Metrodoro. Accanto a questo ciclo statuario, che ben documenta la vitalità artistica della città in età romana, va registrata una notevole quantità di frammenti scultorei di provenienza sporadica, comprendenti teste di piccolo modulo, torsi ed elementi di decorazioni architettoniche.

Di particolare interesse sono inoltre le stele funerarie in arenaria locale e in marmo, spesso, iscritte.

Una fiorente produzione bronzistica è comprovata dal rinvenimento di una notevole quantità di vasellame bronzeo rinvenuto, oltre che dal già noto balteo di età romana.

È soprattutto la monetazione a testimoniare la vitalità delle officine e il gusto raffinato degli incisori. La zecca di V. è attiva dal 530 a.C. circa al II sec. a.C.; si ricordano i nomi di due abilissimi incisori, Kleudoros, attivo tra il 350 e il 334, e Philistion, attivo tra il 334 e il 300 a.C. (Williams, 1992).

Ben documentato è pure il mosaico pavimentale (terme ellenistiche, Terme del Vignale, abitazioni del quartiere meridionale e dei Vignali). Tra i mosaici meglio conservati è quello del frigidarium delle terme adrianee, in bianco e nero, con scena marina nel pannello centrale, mentre la pittura parietale è esemplificata nella c.d. Casa degli Affreschi recentemente scoperta: la parete, divisa in tre zone, conserva nel riquadro centrale una figura maschile, probabilmente Eracle, e richiama, nel complesso, gli schemi del III Stile pompeiano.

Bibl.:

Culti: 

M. Guarducci, Nuovi cippi sacri a Velia, in PP, XXV, 1970, pp. 252-261; 

G. Pugliese Carratelli, Olympios Kairos e Hera Thelxine, ibid., XXXI, 1976, pp. 467-468; 

E. Miranda, Nuove iscrizioni sacre di Velia, in MEFRA, XCIV, 1, 1982, pp. 13-174; 

M. Leiwo, Why Velia Survived through the 2nd Century B.C.? Remarks on the Economic Connections with Delos, in Athenaeum, LXIII, 1985, pp. 494-499; 

R. Arena, Di Ωριος epiteto divino, in PP, XLII, 1987, pp. 328-334; 

G. Cerri, Senofane, Elea e Leucothea, in AnnAStorAnt, XVI, 1994, pp. 89-122.

Materiali:

H. Jucker, Zur Bildnisherme des Parmenides, in MusHelv, XXV, 1968, pp. 181-186; 

A. de Franciscis, Sculture connesse con la scuola medica di Elea, in PP, XXV, 1970, pp. 267-284; 

J.-P. Morel, La céramique archaïque de Velia et quelques problèmes connexes, in Actas del Simposio Internacional de Colonizaciones, Barcelona-Ampurias 1971, Barcellona 1974, pp. 139-157; 

F. Krinzinger, Das Bildnis des jugendlichen Augustus von Velia, in AttiMGrecia, XVII-XX, 1977-1979, pp. 189-191; 

Β. Otto, Keramik aus den römischen Thermen von Velia, in Römische Historische Mitteilungen, XXVIII, 1986, pp. 57-68; 

ead., Zur griechischen Keramik aus der Thermengrabung im Vignale von Velia, in Proceedings of the 3rd Symposium on Ancient Greek and Related Pottery, Copenaghen 1988, pp. 455-464; 

E. Walde, Der Prunkbalteus aus Elea, in Griechische und römische Statuetten und Grossbronzen. Akten der 9. Internationalen Tagung über antike Bronzen, Wien 1986, Vienna 1988, pp. 323-329;

M. Bertarelli Sestieri, I piccoli bronzi di Velia, in ArchCl, XLII, 1990, pp. 129-160; 

M. Philipp, Terra Sigillata aus dem Triporticus der Insula II in Velia, in Römische Historische Mitteilungen, XXXIV, 1993, pp. 43-63; 

G. Greco, M. J. Strazzulla, Le terrecotte architettoniche di Elea-Velia dall’età arcaica all’età ellenistica, in Ν. Winter (ed.), Proceedings of the International Conference on Greek Architectural Terracottas of the Classical and Hellenistic Periods, Athens 1991 (Hesperia, Suppl. XXVII), Princeton 1994, PP· 284-304;

eaded., Le terrecotte architettoniche di Elea-Velia, in G. Greco, F. Krinzinger (ed.), Velia. Studi e ricerche, Modena 1994, pp. 124- 137; 

V. Gassner, Insula II. Spätarchaische-frühklassische Amphoren aus den Grabungen 1990-1991, ibid., pp. 108-118. – Numismatica: G. Libero Mangieri, Monete rinvenute negli scavi di Velia: l’acropoli, in RivItNum, XCII, 1990, pp. 19-32;

R. T. Williams, The Silver Coinage of Velia, Londra 1992; 

G. Libero Mangieri, Velia: problemi di circolazione monetale, in RassStorSalern, X, 2,1993, pp. 9-42.

(G. Tocco Sciarelli)

https://www.treccani.it/enciclopedia/velia_(Enciclopedia-dell’-Arte-Antica)/



Categorie:F04- Archeologia della Campania

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