Interno e mosaici della Basilica di Santa Maria Maggiore

La Basilica di Santa Maria Maggiore, situata sulla sommità del colle Esquilino, è una delle quattro Basiliche Papali di Roma ed è la sola che abbia conservato le strutture paleocristiane. Una nota tradizione vuole che sia stata la Vergine ad indicare ed ispirare la costruzione della sua dimora sull’Esquilino. Apparendo in sogno al patrizio Giovanni ed al papa Liberio, chiese la costruzione di una chiesa in suo onore, in un luogo che Essa avrebbe miracolosamente indicato. La mattina del 5 agosto, il colle Esquilino apparve ammantato di neve. Il papa tracciò il perimetro della nuova chiesa e Giovanni provvide al suo finanziamento. Di questa chiesa non ci resta nulla se non un passo del Liber Pontificalis dove si afferma che papa Liberio “Fecit basilicam nomini suo iuxta Macellum Liviae”. Anche i recenti scavi effettuati sotto l’attuale basilica, pur portando alla luce importanti testimonianze archeologiche come lo stupendo calendario del II-III secolo d.C. e come i resti di mura romane parzialmente visibili visitando il museo, non ci hanno restituito nulla dell’antica costruzione. Il campanile, in stile romanico rinascimentale, si staglia per 75 metri ed è il più alto di Roma. É stato costruito da Gregorio XI al suo ritorno a Roma da Avignone e ospita alla sommità cinque campane. Una di esse, “la sperduta”, ripete ogni sera alle ventuno, con suono inconfondibile, un richiamo per tutti i fedeli. Entrando nel portico, a destra, è situata la statua di Filippo IV di Spagna, benefattore della Basilica. Il bozzetto dell’opera, realizzata da Girolamo Lucenti nel XIII secolo, è di Gian Lorenzo Bernini.

Al centro la grande porta di bronzo realizzata da Ludovico Pogliaghi nel 1949, con episodi della vita della Vergine, i profeti, gli Evangelisti e le quattro donne che nell’Antico Testamento prefigurarono la Madonna. A sinistra la Porta Santa, benedetta da Giovanni Paolo II l’8 dicembre del 2001, portata a compimento dallo scultore Luigi Mattei e offerta alla basilica dall’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Al centro Cristo risorto, il modello è l’uomo della Sindone, che appare a Maria, rappresentata come la Salus Populi Romani. In alto a sinistra l’Annunciazione al pozzo, episodio tratto dai Vangeli apocrifi, a destra la Pentecoste.

In basso nel lato sinistro, il Concilio di Efeso, che stabilì Maria quale THEOTÒKOS, a destra il Concilio Vaticano II che La volle Mater Ecclesiae.

Lo stemma di Giovanni Paolo II e il suo motto sono rappresentati nella parte alta, mentre i due in basso appartengono al Cardinale Furno, che fu arciprete della Basilica, e all’Ordine del Santo Sepolcro. L’attuale basilica risale essenzialmente al V secolo d.C.. La sua costruzione è legata al Concilio di Efeso del 431 d.C. che proclamò Maria Theotòkos, Madre di Dio, e fu voluta e finanziata da Sisto III quale Vescovo di Roma. Entrando si prova una viva impressione nel vedere la sua vastità, lo splendore dei suoi marmi e la ricchezza della decorazione; l’effetto monumentale e grandioso è dovuto principalmente alla forma della struttura della basilica e all’armonia che regna nei principali elementi della sua architettura. Costruita secondo i canoni del “ritmo elegante” di Vitruvio, la basilica è divisa in tre navate da due file di preziose colonne sulle quali corre un’artistica trabeazione ora interrotta verso l’abside da due arcate realizzate per la costruzione della Cappella Sistina e Paolina. Tra i colonnati ed il soffitto, le pareti erano in origine traforate da ampie finestre delle quali se ne conservano solo metà essendo state murate le altre. Dove erano le finestre, oggi è possibile ammirare una serie di affreschi che rappresentano “Storie della vita di Maria”. Al di sopra delle finestre e degli affreschi, un fregio ligneo decorato da squisiti intagli rappresentanti una serie di tori cavalcati da amorini si unisce alla cornice del soffitto. I tori sono il simbolo dei Borgia e gli stemmi di Callisto III e Alessandro VI, i due papi Borgia, spiccano al centro del soffitto. Non è ben chiaro quale fu il contributo di Callisto III alla realizzazione di quest’opera, certo è che chi la realizzò fu Alessandro VI che vi pose mano quando era ancora arciprete della Basilica: il soffitto venne disegnato da Giuliano da Sangallo e completato da suo fratello Antonio. La tradizione vuole che la doratura sia stata realizzata con il primo oro proveniente delle Americhe che Isabella e Ferdinando di Spagna offrirono ad Alessandro VI. Come uno splendido tappeto, si stende ai nostri piedi il pavimento a mosaico realizzato dai mastri marmorari Cosma e offerto ad Eugenio III nel XII secolo, da Scoto Paparoni e suo figlio Giovanni, due nobili romani. L’unicità di Santa Maria Maggiore è dovuta però agli splendidi mosaici del V secolo, voluti da Sisto III che si snodano lungo la navata centrale e sull’arco trionfale. I mosaici della navata centrale riassumono quattro cicli di Storia Sacra i cui protagonisti sono Abramo, Giacobbe, Mosè e Giosuè e nel loro insieme, vogliono testimoniare la promessa di Dio al popolo ebraico di una terra e il suo aiuto per raggiungerla. Il racconto, che non segue un ordine cronologico, inizia sulla parete sinistra presso l’arco trionfale con il sacrificio incruento di Melchisedek, re-sacerdote. In questo riquadro è evidente l’influenza iconografica romana. Melchisedek, rappresentato nella posa dell’offerente, ed Abramo, in toga senatoria, ricordano il gruppo equestre del Marco Aurelio. I pannelli successivi illustrano episodi della vita di Abramo anteriori al primo riquadro. Ciò ha fatto a lungo credere che ogni riquadro fosse fine a se stesso fino a quando, approfondendo lo studio dei mosaici, non si è capito che la decorazione fu studiata e voluta. Il pannello con Melchisedek serve a raccordare i mosaici della navata con quelli dell’arco trionfale dove viene raccontata l’infanzia di Cristo re e sacerdote.

Poi inizia il racconto con Abramo, il personaggio più importante dell’Antico Testamento, colui al quale Dio promette una “nazione grande e potente”; con Giacobbe, a cui il Signore rinnova la promessa fatta ad Abramo; con Mosè che libererà il popolo dalla schiavitù in cui era nato rendendolo “popolo eletto”; con Giosuè che lo condurrà nella terra promessa. Il cammino si conclude con due pannelli, realizzati ad affresco al tempo dei restauri voluti dal Cardinal Pinelli, che rappresentano Davide che conduce l’Arca dell’Alleanza in Gerusalemme e il Tempio di Gerusalemme edificato da Salomone. È dalla stirpe di Davide che nascerà Cristo la cui infanzia è illustrata, attraverso episodi tratti dai Vangeli apocrifi, nell’arco trionfale.

Nel 1995 Giovanni Hajnal realizzò una nuova vetrata nel rosone della facciata principale. In essa è raffigurata l’affermazione del Concilio Vaticano II, dove Maria, eccelsa figlia di Sion, è l’anello di congiunzione tra la Chiesa del Vecchio Testamento, rappresentata dal candelabro a sette braccia, e quella del Nuovo simboleggiata dal calice con l’Eucaristia.

L’arco trionfale si compone di quattro registri: in alto da sinistra l’Annunciazione, in cui Maria è rappresentata vestita come una principessa romana, con in mano il fuso con cui tesse un velo di porpora destinato al tempio di cui era inserviente. Il racconto prosegue con l’annuncio a Giuseppe, l’adorazione dei Magi, la strage degli innocenti. In questo riquadro è da osservare la figura con il manto azzurro che dà le spalle alle altre donne: è Santa Elisabetta che fugge con S. Giovanni fra le braccia. A destra la presentazione al Tempio, la fuga in Egitto, l’incontro della Sacra Famiglia con Afrodisio, governatore della città di Sotine. Secondo un Vangelo apocrifo, quando Gesù giunge fuggiasco a Sotine, in Egitto, i 365 idoli del capitolium cadono. Afrodisio atterrito dal prodigio e memore della fine del Faraone, va con il suo esercito incontro alla Sacra Famiglia e adora il Bambino riconoscendone la divinità. L’ultimo riquadro rappresenta i Magi al cospetto di Erode. Ai piedi dell’arco le due città di Betlemme a sinistra e Gerusalemme a destra. Se Betlemme è il luogo dove Gesù nasce e dove avviene la sua prima Epifania, Gerusalemme è la città dove Egli muore e risorge (c’è un legame con il tema apocalittico della sua definitiva venuta alla fine dei tempi, evidenziato dal trono vuoto al centro dell’arco, trono affiancato da Pietro e Paolo, il primo chiamato da Cristo a diffondere la “Buona notizia” fra gli ebrei, l’altro fra i Gentili, i pagani). Tutti insieme formeranno la Chiesa di cui Pietro è guida e Sisto III suo successore. In quanto tale e come “episcopus plebi Dei” spetta a lui condurre il popolo di Dio verso la Gerusalemme celeste. Nel XIII secolo Niccolò IV, primo Papa francescano, decise di abbattere l’abside originale e di costruire l’attuale arretrandola di qualche metro, ricavando così tra essa e l’arco un transetto per il coro. La decorazione dell’abside fu eseguita dal francescano Jacopo Torriti e i lavori furono pagati dai Cardinali Giacomo e Pietro Colonna.

Il mosaico di Torriti si divide in due parti distinte: nella conca absidale c’è l’Incoronazione della Vergine, nella fascia sottostante sono rappresentati i momenti più importanti della Sua vita. Al centro della conca, racchiusi in un grande cerchio, Cristo e Maria sono seduti su di un grande trono raffigurato come un divano orientale. Il Figlio sta ponendo sul capo della Madre la corona gemmata.

Nel mosaico Maria non è vista solo come la Madre, ma piuttosto come la Chiesa Madre, sposa del Figlio.

Ai loro piedi il sole e la luna e intorno cori di angeli adoranti a cui si aggiungono S. Pietro, S. Paolo, S. Francesco d’Assisi e il papa Niccolo IV a sinistra; Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Sant’Antonio e il donatore Cardinal Colonna a destra.

Nel resto dell’abside una decorazione a racemi germoglia da due tronchi posti all’estrema destra e all’estrema sinistra del mosaico. Nella fascia alla base dell’abside le scene della vita della Madonna sono disposte a destra e a sinistra della “Dormitio” collocata proprio sotto l’Incoronazione. Questo modo di descrivere la morte della Vergine è tipico dell’iconografia bizantina, ma si diffuse anche in Occidente dopo le Crociate. La Vergine è sdraiata sul letto e, mentre gli angeli si preparano a togliere dallo sguardo attonito degli Apostoli il suo corpo, Cristo prende tra le braccia la sua “anima” bianca, attesa in cielo. Torriti arricchisce la scena con due piccole figure di francescani e di un laico con il berretto duecentesco. Al di sotto della “Dormitio” papa Benedetto XIV collocò la splendida “Natività di Cristo” del Mancini. Tra i pilastri ionici sotto i mosaici, sono stati collocati da Fuga i bassorilievi di Mino del Reame che rappresentano la Nascita di Gesù, il miracolo della neve e la fondazione della basilica da parte di papa Liberio, l’Assunzione di Maria e l’Adorazione dei Magi. Sempre di Fuga è il baldacchino che sovrasta l’altare centrale davanti al quale si apre la Confessione, voluta da Pio IX e realizzata da Vespignani, dove è collocato il reliquiario della Culla. Il reliquiario è in cristallo, a forma di culla, e contiene pezzi di legno che la tradizione vuole appartenere alla mangiatoia su cui fu deposto Gesù Bambino. Fu eseguito da Valadier e donato dall’ambasciatrice del Portogallo. La statua di Pio IX, il papa del dogma dell’Immacolata Concezione è opera di Ignazio Jacometti e fu collocato nell’ipogeo per volontà di Leone XIII.

IL Pavimento
Entrando nella Basilica si rimane ammirati dalla particolarità del pavimento a mosaico dei maestri marmorari Cosma detti “cosmateschi” (sec. XIII).

Cappella Cesi
Voluta dal Cardinale Paolo Emilio Cesi e dal fratello Federico fu realizzata intorno al 1560 e non se ne conosce l’autore, anche se si ritiene che sia stata progettata da Guidetto Guidetti, in collaborazione con Giacomo Della Porta.

Regina Pacis
La statua della Regina Pacis, voluta da Benedetto XV in ringraziamento per la fine della prima guerra mondiale, è stata realizzata da Guido Galli. Sul volto della Madonna, seduta in trono “Regina Pacis e Sovrana dell’universo”, si nota un senso di tristezza.

La Cappella Sforza
A fianco dell’ingresso due lapidi ricordano che la cappella fu realizzata grazie al cardinale Guido Ascanio Sforza di Santafiora, arciprete della basilica, e suo fratello, il cardinale Alessandro Sforza Cesarini, che ne curò la decorazione eseguita nel 1573. Secondo il Vasari, autore del progetto era stato Michelangelo Buonarroti, il quale ci ha lasciato due schizzi ad esso relativi, dove è ben visibile l’originale pianta con ellissi sui lati ed un vano rettangolare che accoglie l’altare. I ritratti inseriti nei monumenti funebri e la pala d’altare (1573) sono stati attribuiti a Gerolamo Siciolante da Sermoneta (1521-1580). La tavola quadrata sull’altare è del Siciolante e rappresenta l’Assunzione della Vergine la cui scansione dei piani è ben organizzata per passare senza scosse dall’ambiente terreno a quello celeste, dove la figura di Maria siede discreta in atto di preghiera.

La tomba del Bernini
“Nobile famiglia Bernini qui aspetta la Resurrezione”. Di lato all’altare maggiore, la semplicità della lastra tombale di uno dei più grandi artisti del ‘600.

La Sacra Culla
Di rimpetto all’altare dell’Ipogeo, di fronte alla statua di Pio IX e sotto il suo stemma, è accolta e custodita una celebre reliquia, comunemente denominata “Sacra Culla”. Essa si offre allo sguardo dei fedeli dalla preziosa urna ovale di cristallo e argento, realizzata dal Valadier.

Il “Presepio” di Arnolfo di Cambio
L’immagine sentimentale e spirituale della ricostruzione di un “Presepio” in ricordo di un venerato avvenimento, ha origini sin dal 432 quando Papa Sisto III (432/40) creò nella primitiva Basilica una “grotta della Natività” simile a Betlemme . I numerosi pellegrini che tornavano a Roma dalla Terra Santa, portarono in dono preziosi frammenti del legno della Sacra Culla (cunabulum) oggi custoditi nella dorata teca della Confessione.
La Sacra Grotta di Sisto III fu molto a cuore nei secoli successivi a diversi pontefici, finché Papa Nicolò IV nel 1288 commissionò ad Arnolfo di Cambio una raffigurazione scultorea della “Natività”.
Molti furono i rifacimenti e cambiamenti nella basilica e quando Papa Sisto V (1585/90) volle eretta nella navata destra una grande Cappella detta del SS. Sacramento o Sistina, ordinò nel 1590 all’Architetto Domenico Fontana di trasferire ivi senza demolirla, l’antica “grotta della Natività” con i superstiti elementi scultorei di Arnolfo di Cambio.
I tre Re Magi con vesti e scarpe in elegante, rude stile gotico, e S. Giuseppe, ammirano attoniti e riverenti il miracolo del Bambino in braccio alla Madonna (di P. Olivieri) scaldati dal bue e l’asinello.

http://www.vatican.va/various/basiliche/sm_maggiore/it/storia/interno.htm

Mosaici

1) Melchisedech viene incontro ad Abramo offrendogli pane e vino (Gen. 14,17-20), mentre Cristo stende dall’alto il suo braccio, con chiaro riferimento tipologico all’eucarestia (l’episodio occupa l’intero pannello). La vicinanza all’arco trionfale dice la centralità del rapporto con Cristo e con i sacramenti che si vuole evidenziare nel racconto di Genesi.

2) In alto apparizione del Signore, sotto forma di tre angeli, ad Abramo presso le querce di Mamre (Gen 18,1-5) e, in basso, Abramo che ordina a Sara di preparare tre focacce (Gen 18,6) e Abramo che imbandisce la tavola ai tre angeli (Gen 18,8).

3) La separazione di Abramo, a sinistra, che pone la mano sul capo di Isacco, e di Lot con le due figlie (Gen 13,8-12); in basso due gruppi di animali con pastori, simboli della separazione fra i due (Gen 13,5-7).

Segue l’arco, aperto nel XVII secolo in occasione della costruzione della cappella Paolina. I tre mosaici ubicati in questo spazio furono distrutti. Il ciclo continua ora con:

4) In alto Isacco benedice Giacobbe alla presenza di Rebecca (Gen 27,22-29) e, in basso, Esaù che si presenta al padre, ritornando dalla caccia (Gen 27,30-31).

5) Il pannello che segue è un dipinto raffigurante il sogno di Giacobbe (Gen 28,11-15).

6) In alto Rachele annuncia a Labano l’arrivo di Giacobbe (Gen 29,12), Labano e Giacobbe si abbracciano (Gen 29,13) e, in basso, Labano introduce Giacobbe nella propria casa (Gen 29,13b) a destra.

7) Giacobbe, a destra, chiede in moglie Rachele a Labano e quest’ultimo al centro che indica a sinistra il gregge da servire per sette anni (Gen 29,15-19).

8) A sinistra in alto, Giacobbe lascia il gregge per chiedere in sposa Rachele e, in basso, invita gli amici alle nozze, che a destra vengono celebrate con la dextrarum iunctio (Gen 29,21-22).

9) Giacobbe chiede a Labano gli agnelli chiazzati, in alto. In basso, la divisione del gregge (Gen 30,25-35).

10) A sinistra Giacobbe fa vedere le verghe chiazzate agli armenti (Gen 30,37-43). A destra il Signore dice a Giacobbe di partire. In basso Giacobbe annuncia alle donne la sua partenza (Gen 31,3-16).

11) Affresco di età posteriore fuori sequenza con Giacobbe che crede di riconoscere la veste insanguinata del figlio Giuseppe, che invece è stato venduto in Egitto (Gen 37,33-34).

12) A sinistra in alto, l’arrivo dei messi di Giacobbe al cospetto di Esaù (Gen 32,3-5) e, a destra, i messi informano Giacobbe e le due mogli (Gen 32,6). In basso, probabilmente, l’abbraccio dei due fratelli molto deteriorato (Gen 33,3-5).

13) Mosaico cinquecentesco fuori sequenza con i preparativi per il sacrificio di Isacco.

14) In alto, Camor e il figlio Sichem chiedono a Giacobbe la mano della figlia Dina (Gen 34,4-5) e, in basso, gli altri fratelli tornano irati dai campi (Gen 34,7).

15) In alto, i fratelli di Dina discutono con Camor e Sichem (Gen 34,8-18) e, in basso, riferiscono agli altri sull’accordo raggiunto (Gen 34,20-23).

16-17-18) Gli ultimi tre pannelli sono dipinti di epoca successiva e tematicamente fuori sequenza.

Sul lato destro dei 18 pannelli ne restano 15 a mosaico. Riproducono scene tratte dai libri dell’Esodo, dei Numeri e di Giosuè. Insieme testimoniano l’aiuto miracoloso di Dio, nel cammino che condurrà alla terra promessa. È la preparazione del miracolo per eccellenza, l’Incarnazione del Figlio.

Partendo dal presbiterio abbiamo:

1) Un primo pannello dipinto fuori sequenza.

2) In alto, Mosè, nelle vesti di un soldato romano, viene adottato dalla figlia del Faraone (Es 2,9-10) e, in basso, Mosè disputa con i filosofi, episodio tratto da Filone di Alessandria.

3) In alto, Mosè sposa Zippora (Es 2,21) e, in basso, Dio chiama Mosè dal roveto ardente (Es 3,1-4).

Segue l’arco, aperto davanti alla cappella di Sisto V, che sostituì tre pannelli.

4) Il passaggio del Mar Rosso (Es 14,16-31); l’episodio occupa l’intero pannello.

5) In alto a sinistra, mormorazione del popolo contro Mosè e Aronne (Es 16,2-3) e, a destra, Dio che parla a Mosè (Es 16,4-5). In basso, il miracolo delle quaglie (Es 16,13).

6) In alto a destra, il popolo si lamenta dell’amarezza dell’acqua (Es 15, 24) e, a sinistra, Mosè parla con Dio che gli ordina di rendere dolce l’acqua, immergendovi un legno, “tipo” della croce (Es 15, 25). In basso, Mosè ordina a Giosuè di combattere contro Amalek (Es 17, 9).

7) Vittoria contro Amalek, a causa della preghiera di Mosè, Aronne e Cur sul monte (Es 17, 10-13); l’episodio occupa l’intero pannello.

8) In alto, ritorno degli esploratori della terra promessa (Nm 13,26-33) e, in basso, tentativo di lapidazione di Mosè, Giosuè e Caleb (Nm 14,10).

9) In alto a sinistra, Mosè consegna ai sacerdoti il libro della Legge da porre accanto all’Arca dell’Alleanza (Dt 31,24-29), in alto a destra, Mosè muore sul monte Nebo (Dt 35,1-5). In basso, Giosuè ordina ai sacerdoti di passare davanti al popolo con l’Arca dell’Alleanza (Gs 3,6).

10) In alto, miracoloso passaggio del Giordano (Gs 3,14-4,11) e, in basso, invio degli esploratori a Gerico, con Raab che, avendoli nascosti, sulle mura nega all’inviato del re la loro presenza (Gs 2,1-6).

11) In alto, apparizione a Giosuè del Capo delle schiere celesti (Gs 5,13-16) e, in basso, fuga da Gerico degli esploratori che scendono le mura aiutati da Raab e, arrivati al campo, relazionano a Giosuè (Gs 2,15-24).

12) In alto, l’accerchiamento di Gerico e, in basso, la processione dell’Arca al suono delle trombe (Gs 6,1-18).

13) In alto a destra, l’assedio da parte dei cinque re amorrei della città di Gabaon, alleata di Israele, e, in alto a sinistra, i Gabaoniti che chiedono aiuto a Giosuè. In basso a sinistra l’apparizione del Signore a Giosuè e, in basso a destra, Giosuè che marcia a cavallo per soccorrere Gabaon con i suoi (Gs 10,5-9).

14) In alto, Giosuè combatte contro gli amorrei (Gs 10,10) e, in basso, Pioggia miracolosa di pietre sui nemici di Israele (Gs 10,11).

15) Il sole e la luna si fermano su Gabaon (Gs 10,12-14); l’episodio occupa l’intero pannello.

16) In alto, i re ribelli vengono condotti a Giosuè e, in basso, Giosuè ordina di punirli (Gs 10,22-25).

17-18) Gli ultimi due pannelli sono fuori sequenza e sono dipinti di epoca successiva.

In occasione dell’Anno Santo del 1600 il cardinale Domenico Pinelli “risarcì la navata di mezzo”, ossia il ciclo musivo eseguito sotto Sisto III.

Il programma di “ridecorazione” prevedeva il restauro di alcuni mosaici, la sostituzione di quegli ormai irrecuperabili con affreschi, e la chiusura di venti delle quaranta finestre che si aprivano sulle pareti della navata centrale, e la nuova decorazione con affreschi raffiguranti storie del Nuovo Testamento. Vennero raffigurati ventiquattro “misteri divini” che evidenziano il ruolo di Maria nella redenzione dell’umanità.

Seguendo l’ordine logico, dall’altare maggiore verso l’ingresso a destra: Gloria angelica, I Santi Gioacchino e Anna e l’Immacolata Concezione, La nascita della Vergine (il solo affresco settecentesco di tutta la serie realizzato nel 1742 durante i restauri del Fuga), La presentazione al Tempio di Maria, lo Sposalizio della Vergine, l’Annunciazione, il Sogno di Giuseppe, la Visitazione, l’Adorazione dei Pastori, l’Adorazione dei Magi, la Circoncisione.

Sulla parete d’ingresso: la Fuga in Egitto. Sull’altra parete: Gesù cresce a Nazareth, la Santa Famiglia ritorna al Tempio, le Nozze di Cana, la Caduta di Cristo sul Calvario, la Crocifissione e il Compianto, Cristo agli Inferi, la Resurrezione, l’Ascensione, la Pentecoste, la Morte di Maria (eseguito nel 1614, dopo l’apertura della cappella Paolina), l’Assunzione, l’Incoronazione di Maria.
L’iconografia dei nuovi affreschi conclude, a distanza di quindici secoli, il ciclo della Storia della Salvezza, collegandosi ai mosaici sottostanti e a quelli dell’arco trionfale.

Fonte: http://www.gliscritti.it/blog/entry/1177



Categorie:L02.01- Arte tardoantica

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