Decorazione dell’abside della Basilica di San Giovanni in Laterano

La decorazione dell’abside (camera in latino), rimasta sempre musiva nonostante le vicissitudini e gli interventi subiti, ha in sé l’ermeneutica su quanto mosse l’imperatore Costantino ad innalzare la monumentale Arcibasilica Lateranense. Non è difficile individuare la risoluzione costantiniana nella miracolosa apparizione della Croce, in quel in hoc signo vinces che Costantino portò in battaglia con sopra la Croce. Clemente ХП, infatti, pose il Salvatore con la Croce sul culmine del timpano della facciata orientale.

Il Wilpert ritiene che la decorazione musiva dell’abside sia d’epoca costantiniana, forse ideata dallo stesso Costantino per quanto: “la composizione intiera manifesta lo spirito di un dottore ecclesiastico, conoscitore profondo del simbolismo antico. Possiamo ravvisarvi, come si disse, san Silvestro, sotto il cui pontificato avvenne la costruzione della basilica … siccome la composizione originaria antica venne non poco alterata da Giacomo Torriti, ho creduto di doverla liberare da tutti gli elementi introdotti dall’artista francescano … a parte l’impronta medievale di tutto il musaico, a parte gli angeli adoranti con il cherubino che ha soppresso la “dextera dei”, i soggetti sin qui esaminati furono secondo ogni apparenza fedelmente riprodotti nella ricostruzione del musaico medievale” “Personaggi sacri con rotoli scritti s’affacciano qui per la prima volta nell’arte. Nel vicino Battistero lateranense, una statua argentea di S.Giovanni Battista teneva nella sinistra un volume aperto con la scritta Ecce agnus Dei ecce qui tollit peccata mundi … siccome le statue furono donate dall’imperatore Costantino, è fuor di dubbio che il rotolo spiegato e scritto nella mano dei santi, sconosciuto all’arte precostantiniana, prese origine dai monumenti della basilica e del Battistero del Laterano”.

“Come il labaro -osserva ancora il Wilpert- deve la sua forma artistica a Costantino, così è lecito supporre che egli non sia del tutto estraneo anche alla decorazione della basilica, poiché questa era la sua opera favorita che dovette suggellare il trionfo della croce. Una traccia di tale influsso mi sembra scorgere nella rappresentazione più solenne dell’edificio: nel mosaico dell’abside, il quale, levata l’aggiunta non felice di Niccolò IV, è in fondo rimasto quello antico”. Il Wilpert, pubblicata una raffigurazione dell’abside senza le figure dei santi Francesco ed Antonio e del pontefice francescano, continua: “qual è il soggetto principale della ricca posizione? Cristo e la Croce, dunque i due elementi dell’apparizione notturna di Costantino, essendo il resto tutto subordinato al soggetto principale. Ecco perché dà nella sua disposizione vagamente l’idea di un labaro gigantesco, con la sola differenza, che nel labaro la Croce è coronata dal nome, qui invece dal busto di Cristo. Tale coincidenza sarà difficilmente l’effetto di un puro caso; atteso il carattere dell’imperatore, noi vi riconosciamo piuttosto la parte, che egli ha voluto che si ripetesse nel punto più cospicuo della sua basilica, come ha voluto essere rappresentato egli stesso con la croce nel luogo più celebre di Roma”.

“Qui si arresta l’influsso dell’imperatore, in quel tempo non ancora «vescovo negli affari esterni della chiesa», come egli stesso si dichiarò, ma semplice catecumeno, quale rimase fino agli ultimi giorni della sua vita: la morte lo colse con le vesti bianche da neofita, entro l’ottava dopo il battesimo. Il rimanente della composizione rivela lo spirito di un dottore ecclesiastico, conoscitore profondo del simbolismo antico. Avendo poi riguardo al tempo, possiamo ravvisare in quel dottore niente di meno che il grande amico di Costantino, il papa san Silvestro, sotto il cui pontificato avvenne la costruzione della basilica lateranense. Il soggetto principale della composizione sono dunque gli elementi della visione notturna di Costantino, aggiustati naturalmente, in maniera di poter servire all’abside d’una chiesa, nel caso presente della prima cattedrale del cristianesimo: nella visione Cristo appare a Costantino solo, in tutta la persona, s’intende, e con la croce in mano, come lo vediamo tante volte nei monumenti antichi; qui si mostra a tutti i fedeli di Roma, ma solo col busto sporgente da nuvole al di sopra della croce, che ha una forma eminentemente decorativa ed è di materiale preziosissimo”.”Fu questa la prima volta, spiega il Wilpert, che un papa sì attentasse a mostrare in un monumento pubblico, accessibile anche ai pagani, il sacro volto del fondatore di quella religione, che ancora ieri era nell’impero proscritta e perseguitata. Lo fece e lo potè fare perché aveva chi gli coprisse le spalle, l’imperatore onnipotente. L’autore del mosaico volle manifestamente esporre una vera effigies domini nostri, la quale del resto è in sostanza quella che esisteva già nell’arte, come risulta da una pittura gnostica e da un’altra del cimitero di Domitilla”. Così lo mostra, per citare un altro esempio, la scultura del noto sarcofago “lateranense 174”, ritraente una copia del famoso gruppo di Paneade, dal frammento dello scalone di sant’Agnese fuori le Mura e dal sarcofago di Gregorio V delle grotte vaticane.

La croce nel mosaico absidale ha il posto principale, secondo un concetto antichissimo già espresso da sant’Ignazio d’Antiochia, il quale, nel lodare gli abitanti di Smirne, esalta il vessillo della croce. Tale composizione si riscontra nel mosaico delle basiliche romane di Santa Pudenziana della fine del secolo IV, nell’arco trionfale di S. Maria Maggiore -in parte copia probabile di quello dell’abside lateransense- realizzato da Jacopo Torriti nel Battistero ortodosso di Ravenna, nell’abside della cappella dei santi Primo e Feliciano in Santo Stefano Rotondo con il busto del Signore del secolo VII, restaurata nel 1990 .Il mosaicista per dare il senso dell’apparizione si affidò all’ imago clypeata, cioè all’icona del Cristo, che, decoratala di nimbo -riservato in origine alla figura del Cristo- la vivificò con nuvole luminose, la tinse di realismo con le ombre ed i chiaroscuri della grande arte pittorica romana, che eccelleva nella ritrattistica, e soprattutto la sublimò con quel potente misticismo che gli proveniva dalla conoscenza della “rivelazione” come scritto nell’Apocalisse di san Giovanni evangelista: “quello che sedeva era simile a pietra di diaspro e di sardo”.Le restituzioni del sacro volto, secondo il Lauer sarebbero state due: il ritocco durante il pontificato di Alessandro VII nel 1663 -come rammentato dalla scomparsa epigrafe posta nella sommità dell’arco absidale e trasmessa da una fotografia ottocentesca della serie Parker- e quello di Leone XII nel 1828. Appare però evidente che la mano disegnatrice di quel volto forte e pieno di comprensione sia diversa da tutte le altre che hanno operato nell’abside: è la mano di un grande artista.La Croce, coefficiente costantiniano d’importanza nel mosaico absidale, posta sotto Vimago clypeata, d’oro e di pietre preziose (Crux gemmata), è trasformata in Crux triumphalis che, piantata sul monte, irrora il mondo con quattro fiumi, il Gion, il Fison, il Tigris e l’Eufratis i quali -presenti per la prima volta nell’arte- raffigurano, secondo san Paolino da Nola (epistola 32), i quattro evangeli. Il contorno di cervi e di agnelli che si abbeverano invita, secondo il salmista, a ricevere il battesimo sull’esempio del Salvatore che si fa battezzare nel Giordano, come raffigurato nel medaglioncino posto al centro della Croce. Il fiume Giordano, in memoria del battesimo del Cristo, vivacizzato da scene marittime dell’arte classica, che si rinviene in monumenti sacri d’epoca costantiniana, conclude la decorazione absidale. La teofania del Giordano, espressa dalla mano (dextera Patris, dextera Dei) – sostituita nel rifacimento di Leone XIII da un cherubino- dall’icona del Figlio e dalla colomba che manda i raggi, lo Spirito Santo, risplende sulla Croce e sul Battesimo, che dagli antichi autori è detto sacramentum Crucis.

La Vergine e san Giovanni Battista sono in atto di intercessione, la deesis, secondo la notissima iconografia bizantina, concetto disatteso in S. Maria Maggiore per essere la Vergine assisa in trono. Gli apostoli hanno un rotolo con scrittura specifica del personaggio: in quello di san Pietro è scritto tu es Christus Filius Dei vivi, di san Paolo Salvatorem expectamus Dominum Jesum Chrìstum, di san Giovanni Evangelista In principio erat verbum e di sant’Andrea Tu es magister meus Christe. Tutti i personaggi, rivolti verso la croce, sono individuati dall’intero nome in latino mentre la Vergine, come detto, dall’abbreviazione “MP 0Y”. Gli storici dell’arte bizantina pretendono che la scena sia una composizione orientale mentre è di origine romana apparsa in un tempo quando non si parlava di Bisanzio, e Bisanzio era ancora una piccola città in attesa dell’arte bizantina.Il Wilpert annota a questo proposito che le: “figure di personaggi sacri con rotoli scritti s’affacciano qui pure per la prima volta. E non si creda che tale rotolo sia un’aggiunta medievale: Torriti copiò questo particolare fedelmente dall’originale antico. La prova ne è la statua argentea, grande quasi al vero, di san Giovanni Battista donata al Battistero lateranense da Costantino assieme al pendant, una statua simile del Salvatore; il santo reggeva nella sinistra un volume aperto con la scritta Ecce agnus Dei ecce qui tollit peccata mundi, e con la destra mostrava un agnello d’oro, posto fra le due statue e che con sette cervi argentei buttava l’acqua nella piscina battesimale. Dunque è fuor di dubbio che il rotolo scritto posto nella mano dei santi, sconosciuto, per quanto sappiamo all’arte precostantiniana prese origine dal mosaico absidale della basilica lateranense” . Il Wilpert aggiunge in nota: “il rotolo aperto tenuto da un personaggio è rarissimo anche nell’arte pagana. Il museo lateranense ne possiede un esempio della fine del secolo II”.

http://www.vatican.va/various/basiliche/san_giovanni/it/basilica/abside.htm



Categorie:L02.01- Arte tardoantica

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